Sir 34,19-21.30-31
Sal 67
Eb 12,18-19.22-24
Lc 14,1.7-14
Abbiamo negli occhi le immagini terribili del terremoto nel Centro-Italia: immagini che spaventano, per la violenza improvvisa della natura; immagini che sorprendono e commuovono per la dedizione di tanti che, in brevissimo tempo, sono accorsi per portare soccorso, per scavare tra le macerie e salvare più vite possibile, per allestire rifugi, per curare, per consolare, per distribuire cibo, vestiti, medicine...
E oggi, la Parola di Dio, come in tutta questa estate, vuole creare in noi un altro terremoto. Quando andiamo a messa, la domenica, ci aspetteremmo sempre un po' di carezze, di dolcezze da Dio. Ci aspetteremmo che ci ringrazi e ricompensi perché siamo lì - siamo così affamati di riconoscimenti! Ci aspetteremmo di sentirci dire che siamo già abbastanza bravi...
In queste domeniche estive, invece, pare proprio che il Signore abbia intrapreso una lotta con noi, che stia cercando di far crollare - come in un terremoto - la nostra convinzione di essere veri cristiani, di essere a posto, di non aver nulla da cambiare, perché Lui ci prende come siamo...
Già: la Parola di Dio ci rivela che Egli ci ama a partire da come siamo, ma non si rassegna a lasciarci come siamo. E' alla conversione che continuamente vuole spingerci.
Ci rivela sempre che siamo malati e abbiamo necessità di soccorso urgente, come i terremotati, per essere curati, riportati in vita.
Nel libro del Siracide, oggi, c'è una sentenza terribile per quella nostra malattia così diffusa, che arriva a sembrarci l'unica possibile vita. "Per la misera condizione del superbo non c'è rimedio,perché in lui è radicata la pianta del male".
Ma forse il Signore non sta parlando a noi che oggi siamo a messa: sta parlando dei signoroni che si arricchiscono alle spalle dei dipendenti, sicuramente parla ai politici che pensano solo ai loro privilegi e superstipendi pagati con le tasse del popolo, parla ... a chi, se non a noi, che oggi siamo a messa, ad ascoltarlo?
Quanti di noi, che oggi siamo a messa, passiamo il tempo a cercare su internet notizie negative - spesso false - che accusano gli altri di ogni meschinità e colpa. Oramai è una dipendenza da una droga che avvelena il cuore e ci riempie di rabbia, di odio. E se ne diventa spacciatori, riempiendo facebook. E noi siamo i cristiani che andiamo a messa!
Ascoltiamo nel profondo del cuore la Parola e lasciamo che sia il Signore a fare la radiografia, la TAC del nostro male e che lo sbricioli - come fa il terremoto - visto che, nell'Eucaristia, troviamo già il soccorso immediato per essere guariti.
Partecipare alla messa, ascoltare la Parola e fare la Comunione, è il terremoto e il soccorso immediato che solo può guarirci dalla superbia, il male più diffuso e mortale. Ancora più mortale se siamo convinti di non averlo.
L'Eucaristia è il banchetto che Gesù condivide - dandoci se stesso da mangiare - con noi che siamo estremamente poveri, ciechi, storpi, zoppi, e che MAI, IN ETERNO, potremo ricambiarlo. Quando partecipiamo a questo Banchetto, necessariamente dobbiamo lasciarci trasformare, a costo di un doloroso terremoto della coscienza, del pensiero, dello stile di vita, delle parole. Un mondo di disperati, di perseguitati, di gente in fuga dalla guerra, di terremotati, di abbandonati, di malati, di gente soffocata dalla solitudine, di disoccupati, di bambini spaccati in due dalle separazioni dei genitori, di giovani prigionieri del gioco e della droga e di un uso insensato del sesso e degli affetti - a cui vergognosamente si dà il sacro Nome di Amore. Un mondo di ingannati dalle menzogne della società e troppe volte dai silenzi e dagli adattamenti della gente di chiesa - di noi che oggi andiamo a messa. Possiamo oggi mangiare il Pane che è Cristo, senza fare almeno un qualche piccolo spazio in noi, nella nostra mente e nel nostro cuore e nelle nostre tasche e nel nostro lavoro e nel nostro divertimento e nel nostro BENESSERE e nel nostro tempo libero, e nelle nostre idee e nelle nostre parole, a tutta questa folla che attende URGENTE SOCCORSO? L'inganno più atroce, nel quale ci piace avvolgerci, come i maiali nella melma, è la menzogna che ormai la crisi economica ci ha resi poveri, mentre lo spreco in tutti i sensi è il nostro stile di vita.
Gesù, nell'Eucaristia ci dà se stesso da mangiare: chi di noi non può dare un piccolo spazio in se stesso come luogo di accoglienza e di soccorso a chi non ha da ricambiarci? Eppure avrò anche il ricambio: comincerò a guarire dalla superbia.
Il cuore della donna diventò brocca in cui accolse la Parola che dissetò lei e altri assetati
domenica 28 agosto 2016
domenica 14 agosto 2016
Incendi e sciabolate o crema antirughe
Ger 38,4-6.8-10
Sal 40
Eb 12,1-4
Lc 12, 49-53
Ci infastidisce questa pagina di Vangelo… Siamo in vacanza, o almeno in cerca di un po’
di relax, dalle tensioni, dallo stress di tutto l’anno, dalle fatiche, dai
contrasti, dalla corsa ad ottenere di più: la carriera… il successo… i riconoscimenti…
E già da alcune settimane, proprio in estate, in tempo di
vacanze, Gesù si mostra nel suo volto meno attraente, anzi… indiscreto…
fastidioso… Ma che vuole? Non capisce – almeno Lui – che abbiamo bisogno di
riposo, di comprensione, di carezze, di misericordia, di tranquillità?
Ci si mette, in questi giorni, anche il Papa, che prima
invita a pranzo i rifugiati, quasi tutti musulmani che ha ospitato in Vaticano,
poi va a trovare le donne uscite dalla schiavitù della prostituzione e chiede
perdono a nome dei cristiani! Ma anche questo ce l’ha con noi? In fondo la
prostituzione è il lavoro più antico del mondo! Anche il Papa ha deciso di
infastidirci la vacanza, lui che non va in vacanza.
E se le parole di Gesù, oggi, fossero proprio antistress?
Come quelle delle domeniche scorse. La Parola di Dio, che Gesù è venuto a far
piovere abbondantemente sulle nostre ferite da stress… o da peccato, davvero –
sempre – è tisana rilassante che dà pace, crema antirughe che rinnova la
giovinezza del cuore.
Se la sentiamo, ci infastidisce. Se la ascoltiamo ci
comunica la stessa passione del suo cuore. E la passione è vita. Si è vivi solo
se si è disposti a patire per una vita più alta, più vera, piena. Una vita più.
La passione che egli porta nel cuore e nelle sue scelte di
vita è fuoco: fuoco che distrugge le sterpaglie che impediscono il passo e la
crescita, la zavorra che stanca, l’egoismo che chiude le porte, le paure che
soffocano, gli interessi personali che rendono malati e assetati e affamati, in
un eterno supplizio di Tantalo; eppure tutto questo è ciò che noi rincorriamo,
perché ci fanno credere che siano la nostra felicità.
La passione di Gesù è fuoco che purifica, che apre la strada
e illumina, guida, riscalda, amalgama, trasforma, dà energia. Cosa sarebbe la
vita umana senza il fuoco?
La passione di Gesù è il suo battesimo, cioè il dono della
sua vita a noi. Egli arde dal desiderio di immergersi fino alla morte nella
nostra vita di malati di peccato. Sì, arde dal desiderio di morire con noi e
per noi, per donarci la sua vita piena, appassionata, donata, condivisa. Una
vita che si espande come il fuoco al vento dello Spirito. Una vita che vuole
raggiungere tutti quelli che mancano di vita, di gioia, di amore: vuole
raggiungere tutti gli “scartati” dalla vita. Ci siamo anche noi tra questi, o
noi siamo quelli che scartano?
E anche oggi Gesù attende che scegliamo: non per domani, non
per dopodomani; per oggi; domani ci chiederà di rinnovare la scelta. Si tratta
di scegliere di lasciarci incendiare, di lasciarci purificare dalla sua Spada,
che è la sua Parola, di lasciarci immergere nel suo battesimo che è il suo “morire
per amore”. Si tratta di scegliere di “vivere oggi, con cuore rinnovato, il
nostro battesimo”. Si tratta di lasciarci conquistare dalla NOVITÀ che è Gesù,
oggi, nella storia che viviamo. È ciò che il Papa ci ripete con i gesti e le
parole. È per questa NOVITÀ DISTURBANTE, che richiede quotidiana conversione,
che il Papa si ritrova perseguitato in casa sua, cioè nella Chiesa. Sono i
padri e le madri, i suoceri, che non riescono ad aprire il cuore alla NOVITÀ ETERNA
che è Gesù e restano al passato, a ciò che abbiamo sempre fatto: il Papa si
inginocchi davanti all’Eucaristia, dica il rosario e combatta i musulmani e
allontani le coppie irregolari.
E noi ci terremo il nostro egoismo stressante, che ci fa
sentire bravi e buoni cristiani: e ci basteranno alcuni giorni di vacanza, per
dirci che stiamo bene.
domenica 7 agosto 2016
Alta finanza
Significa spregiudicati investimenti, che però possano offrire più grandi profitti, maggiori interessi.
Giocare in borsa, spregiudicatamente, di solito significa rischiare la propria borsa. Pare che questo sia il lavoro più importante, quello che regge le sorti dei popoli, visto che è la borsa che sostiene o condanna le scelte politiche dei governi e dei popoli, i colpi di stato e i cambi "democratici" di governo, le rivoluzioni e le guerre. Lo stato di salute o di malattia dei popoli e del mondo è segnato dal termometro della borsa, dai giochi dell'alta finanza.Sorpresa! Se abbiamo orecchi per ascoltare, nella messa di oggi - come già domenica scorsa - Gesù ci si presenta come maestro di alta finanza, la più spregiudicata.
Ci indica come investire ciò che abbiamo, promettendoci interessi da capogiro: la piena e definitiva partecipazione alla ricchezza di Dio, l'unico padrone del mondo, l'unico stabilmente e eternamente ricco. La garanzia che non ci sta prendendo in giro è se stesso, che ha investito per primo TUTTO fino all'ultima briciola, per rendere accessibile a noi la sua ricchezza. Cioè: non voleva essere ricco da solo.
Quando vogliamo fare un investimento, ci viene presentato il preventivo: le condizioni e i costi e i guadagni. Se ci fidiamo di chi ce lo presenta, se ci convince il preventivo, mettiamo una firma... e il gioco è fatto... e non è più nelle nostre mani.
Anche Gesù ci chiede una firma che si appone consegnandogli tutto. Certo, occorre fidarsi. La condizione indispensabile è la fede e la fede si rivela reale quando, giorno per giorno, consegniamo tutto a lui. Il gioco è in mano a lui, anche se, per la verità, resta sempre in mano a noi, perché la firma occorre rinnovarla di giorno in giorno.
REMBRANDT VAN RIJIN, Sacrificio di Isacco, 1635
Dobbiamo avere chiari i criteri: il dono di sé e delle proprie cose nella solidarietà e nella condivisione.
La domanda è: ci fidiamo di lui, almeno quanto ci fidiamo dei vari promotori finanziari che ci aiutano a investire i nostri soldi? E spesso vediamo come va a finire...
E' questione di fede. Già... pare che il Vangelo oggi ci costringa a misurare la fede con i soldi e le proprietà.
Come ci piacerebbe di più un Gesù più Dio e meno Uomo; ci fideremmo di più, se le sue condizioni riguardassero solo devozioni, apparizioni, preghiere e anche qualche fioretto: senza dolci... senza ciliege...
Questo Gesù, invece, ragiona come noi, a suon di soldi e di proprietà..., di dono, di investimenti spregiudicati, di giocare in perdita... per ottenere interessi strepitosi in una banca... che ci attende... in una città che non è questa...
Ma in una vita che non finisce in un cimitero. Qui si gioca la fede: siamo cristiani solo per il tempo che precede il cimitero ... o per sempre, per la vita eterna, per il prima e per il dopo?
E' nella condivisione, nel dono di ciò che siamo e che abbiamo che si vede se noi cristiani crediamo nella risurrezione. E dopo l'annuncio della Parola, anche oggi, ci verrà chiesto di professare: IO CREDO.
sabato 6 agosto 2016
Davvero?
Children Know Peace, Filippine 2012
Davvero la vita ha un senso se abbiamo un nemico contro cui
combattere?
Davvero la vita è bella se abbiamo una guerra da fare?
Davvero la vita è gustosa se individuiamo qualcuno da
rifiutare?
Davvero la vita è più tranquilla se decidiamo che qualcuno è
responsabile dei nostri problemi?
Davvero ci sentiamo soddisfatti se auguriamo la morte ai
politici?
Davvero crediamo di costruire un futuro insultando quelli
del nord o quelli del sud o quelli della squadra avversaria? O quelli di un’altra
religione?
Davvero ci sentiamo giusti quando diffondiamo notizie della
disonestà o di errori di altri o di frasi dette o di decisioni prese, senza
conoscere la fonte della notizia, senza essere sicuri che sia vera – ma sicuramente
è vera perché è scritta su internet? Davvero ci fa sentire bene diffondere
calunnie o notizie allarmistiche o velenose?
Davvero cercare, individuare o inventare le colpe degli
altri è la missione che ci realizza?
Un poster per la pace, Quarrata 2015
Davvero vivendo così ci sentiamo una società civile?
Davvero diffondere la paura dello straniero e rifiutare in
assoluto i fedeli di un’altra religione ci fa sentire fedeli difensori della
fede cristiana?
Davvero identificare gli immigrati come i responsabili dei
nostri problemi sociali ed economici ci fa sentire salvatori della nostra
società?
Davvero invocare la lotta e la guerra contro chi ci fa guerra “per soldi” mascherandola di
religione, ci fa sentire diversi da loro?
Davvero diventare cristiani fondamentalisti, puritanamente
separati dal resto del mondo, ci fa sentire cristiani veri? O forse non è
questo ciò che i fondamentalisti islamici si aspettano? E allora avremmo obbedito
a Gesù Cristo o all’Islam fondamentalista?
Davvero indossare i panni delle vittime ci mette tranquilla
la coscienza?
Davvero difendere la fede cristiana e la chiesa significa tenere
lontani tutti quelli che non sono abbastanza fedeli e “in regola”? Davvero ci
si può sentire veri cristiani e veri difensori dei diritti di Dio e della
Chiesa, diffondendo disistima del Papa e del suo insegnamento e del suo esempio
di pastore che non ama le separazioni farisaiche, il potere ecclesiastico, le
insegne gloriose, i privilegi di rango, ma indica con la parola e con la vita
le vie scandalose del Vangelo? Le vie di Gesù che, appunto, ha scandalizzato,
con la sua vita e il suo insegnamento, i sommi sacerdoti difensori della
purezza della fede, sostenitori dei diritti e dei privilegi del sacro,
accusatori e giudici dei peccatori. Una religione facile, la loro. Davvero è
questa che vogliamo? O vogliamo la fede che si identifica con le vie di Gesù,
mai scontate e sicure, mai privilegiate, mai asettiche. Le vie di Gesù, che
mettono sempre la coscienza in discussione e in ricerca, che seguono sempre i
sentieri di quell’amore che si manifesta nell’incontro e nell’accoglienza, anzitutto,
nella vicinanza, nell’ascolto e nella comprensione, nel servizio, nella
misericordia. Su queste vie non si nega e non si nasconde mai la verità, che
non sarà mai se stessa lontano dall’amore. E solo il Crocifisso ne è Maestro. E
la Risurrezione non è la sconfitta della Croce: ne è il sigillo e la gloria.
domenica 29 maggio 2016
Consegnato a chi ha fame
SIEGER KODER, Ultima cena
Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo
Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me" (1 Cor 11, 23-25)
Potessimo ascoltare e contemplare queste parole e restarne stupiti... ma siamo così abituati a sentirle a messa!
E riduciamo il mistero dell'amore inaudito a devozione!
Mentre è il mistero di una realtà che, unica, può rivoluzionare il mondo. Il mistero dell'unico Pane che sazia.
Siamo arrabbiati, gli uni contro gli altri. Abbiamo bisogno di scovare dei nemici da qualche parte. Siamo capaci di trasformare in nemici i tifosi della squadra avversaria; quelli che hanno un lavoro migliore e più redditizio; quelli che hanno pensioni d'oro; i politici; i vicini di casa; quelli che vivono a sud trasformano in nemici quelli del nord e viceversa; sicuramente sono nemici gli immigrati, anche quelli che fuggono dalla guerra con i bambini in braccio; e possono essere ritenuti nemici persino i fratelli e le sorelle; addirittura ho visto qualcuno trattare da nemica la propria madre. Solo la fame rende l'uomo lupo per l'uomo. Solo la fame fa vedere nemici in ogni angolo: gli altri possono rubarci il pane per la sopravvivenza.
Eppure siamo, noi europei, la società dell'opulenza, delle malattie causate dall'eccesso di cibo. Incredibile: i popoli ricchi fanno la guerra, anche ai poveri, per avere di più; solo i popoli ricchi hanno paura dei poveri. Quando erano poveri, i nostri nonni messi alla fame dal cibo distribuito con la tessera, durante la guerra, furono capaci di accogliere in casa quelli che fuggivano dai bombardamenti; e ci fu chi nascose in casa propria i ricercati e i perseguitati, come gli ebrei.
Oggi siamo troppo ricchi per poter fare questo. Oggi abbiamo paura dei poveri, dei fuggiaschi, degli immigrati. Abbiamo paura persino dei colleghi, dei vicini, dei parenti. S. Francesco di Assisi diceva che solo chi possiede qualcosa può avere paura degli altri.
Sto dimenticando che c'è la crisi economica ormai da otto anni? Eppure la crisi più grave non è quella economica e finanziaria: la vera crisi è la carenza di umanità. Per questo, pur avendo cibo in abbondanza tanto da sprecarne quantità esorbitanti - pur nella crisi -, siamo divorati dalla fame, una fame insaziabile che non sappiamo più come soddisfare.
E magari oggi siamo anche andati a messa e forse alla processione del Corpus Domini.
Ma forse non sappiamo riconoscere il Pane.
Proprio quando veniva tradito, cioè consegnato alla morte dall'amico diventato nemico, Gesù consegnava se stesso alle nostre mani di nemici che l'Amore voleva trasformare in amici. Di più: in fratelli e sorelle. Non lupi contro lupi, sempre più feroci e affamati quanto più sazi, ma fratelli e sorelle, che possono ancora amare e perdonare anche quando non sono amati.
Solo quel Pane e quel Vino, solo l'Eucaristia, può ridarci la nostra umanità. Mangiando e bevendo quel Pane e quel Vino, suo Corpo sacrificato e suo Sangue sparso, potremo essere saziati, tanto da poter saziare anche altri affamati.
Uomini e donne capaci di dare la vita per amore, ogni volta che ne mangiamo e beviamo. E saremo così memoria viva di Lui, Gesù UomoDio: il vero ricco, fattosi povero per arricchire noi. Si è consegnato alla nostra morte, per consegnare a noi la sua Vita, il suo Amore, diventando nostro vero cibo e nostra vera bevanda.
martedì 23 febbraio 2016
Per chi clicchiamo "mi piace"?
Mt 23,1-12
In questo secondo martedì di quaresima, Gesù sembra lanciarci una sfida: "Ti propongo due modelli, scegli per quale vuoi cliccare "mi piace". Naturalmente dove cliccherai, là è il tuo cuore e quindi seguirai quel modello nella tua vita, sarai discepolo di quel maestro".
Allora bisogna leggere attentamente, perché le differenze di proposta sono radicali e si rischia anche abbastanza: da sempre i discepoli sono trattati come il maestro che seguono.
Noi gente di chiesa da sempre ci diciamo discepoli di Gesù, però... ad essere sinceri, siamo istintivamente attirati dal modo in cui scribi e farisei sono maestri e guide, dal loro cercare potere e riconoscimenti e successo. Intanto perché abbiamo un cuore di schiavi che solo con le parole cerca la libertà. E, come sempre, gli schiavi cercano in tutti i modi di rendere loro schiavi gli altri.
Così il modello degli scribi e farisei, da sempre è seguito, concretamente, da tanti pastori e anche, quando e dove possono, da tanti fedeli, soprattutto consacrati (e ci sono io in mezzo), da tanti uomini soprattutto, ma anche, se e come possono, da donne...
Tu, Gesù, nella tua quaresima là nel deserto, non potevi cliccare "mi piace", ma decisamente e senza compromessi scegliesti il progetto di servizio e di amore proposto dal Padre e da lì continuasti a sceglierlo ogni giorno, a qualunque costo.
Non ti piacque la proposta di successo e di potere che satana in ogni modo cercò di mostrarti come la migliore, facendola passare anche per volontà di Dio.
Solo tu, Gesù, sei un maestro libero e grande, tanto da poter essere umile e servo per cercare di rendere liberi anche noi da ogni schiavitù di successo e di potere.
Abbi pietà di noi tua Chiesa di ieri e di oggi, ma... noi li critichiamo 'sti scribi e farisei, perché sappiamo come la pensi, e soprattutto quando non riusciamo a trovare spazio nel loro posto, però... a noi ci piacciono tanto... ("a noi ci" è rafforzativo)
In questo secondo martedì di quaresima, Gesù sembra lanciarci una sfida: "Ti propongo due modelli, scegli per quale vuoi cliccare "mi piace". Naturalmente dove cliccherai, là è il tuo cuore e quindi seguirai quel modello nella tua vita, sarai discepolo di quel maestro".
Allora bisogna leggere attentamente, perché le differenze di proposta sono radicali e si rischia anche abbastanza: da sempre i discepoli sono trattati come il maestro che seguono.
Noi gente di chiesa da sempre ci diciamo discepoli di Gesù, però... ad essere sinceri, siamo istintivamente attirati dal modo in cui scribi e farisei sono maestri e guide, dal loro cercare potere e riconoscimenti e successo. Intanto perché abbiamo un cuore di schiavi che solo con le parole cerca la libertà. E, come sempre, gli schiavi cercano in tutti i modi di rendere loro schiavi gli altri.
Così il modello degli scribi e farisei, da sempre è seguito, concretamente, da tanti pastori e anche, quando e dove possono, da tanti fedeli, soprattutto consacrati (e ci sono io in mezzo), da tanti uomini soprattutto, ma anche, se e come possono, da donne...
Tu, Gesù, nella tua quaresima là nel deserto, non potevi cliccare "mi piace", ma decisamente e senza compromessi scegliesti il progetto di servizio e di amore proposto dal Padre e da lì continuasti a sceglierlo ogni giorno, a qualunque costo.
Non ti piacque la proposta di successo e di potere che satana in ogni modo cercò di mostrarti come la migliore, facendola passare anche per volontà di Dio.
Solo tu, Gesù, sei un maestro libero e grande, tanto da poter essere umile e servo per cercare di rendere liberi anche noi da ogni schiavitù di successo e di potere.
Abbi pietà di noi tua Chiesa di ieri e di oggi, ma... noi li critichiamo 'sti scribi e farisei, perché sappiamo come la pensi, e soprattutto quando non riusciamo a trovare spazio nel loro posto, però... a noi ci piacciono tanto... ("a noi ci" è rafforzativo)
domenica 21 febbraio 2016
L'uscita
TIZIANO VECELLIO, Trasfigurazione di Cristo, 1563
II domenica di quaresima C
Gen 15,5-12.17-18
Sal 26
Fil 3,17-4,1
Lc 9,28b-36
Il sonno e la paura: i tre discepoli li sperimentano sul Tabor davanti alla manifestazione della divinità di Gesù e ugualmente nel Getsemani, davanti al dolore e all'umiliazione, alla sconfitta di Gesù. Noi umani siamo così.
Era capitato anche ad Abramo. E' il limite umano che si incontra con Dio.
E allora si rende necessario l'esodo di Dio da se stesso, per venirci incontro nel nostro limite, nelle nostre fragilità, nelle nostre paure che ci rendono così difficile comprenderlo.
Nell'incontro con Mosè e con Elia, Gesù parla del suo esodo, della sua uscita da questo mondo per tornare al Padre per portare con sé l'umanità salvata. Ma prima era uscito dal Padre per raggiungere noi, nella nostra schiavitù, nella nostra morte. E il suo esodo è uscita dalla Vita per entrare nella morte e uscita dalla morte per tornare alla Vita.
Nell'opera del Vecellio, Gesù indica, mi pare, proprio il suo essere in uscita: un braccio verso l'alto e uno verso il basso.
Gesù in uscita non si appartiene, non guarda a sé: la sua vita, le sue esigenze, i suoi sentimenti...; i suoi progetti non riguardano se stesso. "E' fuori di sé": così dicono i suoi parenti nel Vangelo di Marco, e senza saperlo dicono la verità più profonda di Lui.
Per questo essere in uscita, non appartenersi, Egli è Figlio del Padre, che è Amore. E il Padre lo mostra ai suoi discepoli splendente della sua luce divina. Dio è luce, dono totale. Ed è Parola: dono totale. Parola di Luce e di Vita, Parola d'Amore. Dunque "Questi è il Figlio mio, l'eletto, ascoltatelo!". E Gesù resta solo.
E' Lui che dobbiamo ascoltare. Scompaiono le visioni straordinarie, la luce e la nube, la voce dall'alto, la legge e i profeti, le paure e le emozioni entusiastiche di un momento, che ci fanno dire cose insensate.
Resta Gesù solo, la sua umanità che cammina verso il rifiuto, il dolore, la sconfitta, la morte. Resta Gesù solo, che quasi sempre lasciamo solo con la nostra indifferenza, il non-ascolto, i rifiuti, le incomprensioni, la mancanza di fiducia, la paura... E' uscito dal Padre e lo facciamo violentemente uscire da noi. Con quei fratelli e sorelle, piccoli e poveri, malati e sofferenti, socialmente irrilevanti, bambini e vecchi, fuggiaschi e perseguitati: soli, appunto. Perché noi scegliamo insensatamente l'isolamento dei nostri interessi personali, dei nostri bisogni, delle nostre paure, del nostro quieto vivere, dei nostri desideri assoluti. E siamo capaci di mascherare tutto questo con la parola amore.
"Ascoltatelo!": ascoltate il suo volto, la sua persona, i suoi gesti, le sue parole, la sua vita, il suo dono, il suo sangue, la sua luce, il suo camminare, il suo uscire. E saremo attratti ad uscire con Lui, non senza tribolazioni e lotte, ma cominceremo ad assaporare l'Amore, che significa uscire.
mercoledì 10 febbraio 2016
Grazie, farisei!
IVAN NICOLAEVIC KRAMSKOJ, Cristo nel deserto, 1872
Mercoledì delle ceneri
Gl 2,12-18
2Cor5,20-6,2
Mt 6,1-6.16-18
Sono la nostra fortuna, i farisei, o… la nostra salvezza!
Noi che conosciamo Dio e sappiamo il Vangelo, sappiamo che i
farisei sono gli ipocriti, i falsi, e quindi quando Gesù denuncia le varie
forme di ipocrisia e di potere – che è la più alta ipocrisia – sappiamo che lo
sta dicendo ai farisei. Erano una categoria di persone del tempo di Gesù.
Insomma la presenza di questa categoria ci permette di scansare, di rendere
innocue quelle pagine di Vangelo dove Gesù parla e rimprovera la loro falsità,
la loro spettacolarizzazione delle pratiche religiose. Grazie, farisei. Se non
ci foste stati voi… ma Gesù forse non avrebbe avuto motivo di fare certi
rimproveri… Quindi: pagine inutili per
noi certe pagine del Vangelo?
Come quella di oggi, in cui Gesù mette in guardia di non fare
gli ipocriti con i digiuni, le preghiere…
Infatti abbiamo deciso che il digiuno importante non è
quello del cibo: è quello che Gesù ha fatto per quaranta giorni, ma noi abbiamo
capito che sono altri i digiuni che valgono; quello del cibo non serve a
niente, infatti è quello che non facciamo: a che serve rinunciare oggi alla
pizza, alla sfogliatella, ai pranzi e alle cene, alle innumerevoli merende di
grandi e piccoli? Quello che vale è il cuore!
E così anche le preghiere: non bisogna farsi vedere, basta
pregare nel cuore; e poi se sto vicino a un malato (se, appunto) quello vale di
più della preghiera, della messa, della confessione…. dell’ascolto della Parola. Importante è fare
il proprio dovere, preoccuparsi dei figli… Quello che vale è il cuore!
Anche con le elemosine non bisogna essere ipocriti, dice
Gesù. Ma, in fondo, se un altro vede e sa che faccio opere di carità, sto dando
testimonianza, e la testimonianza è importante. Non è importante che gli altri
si accorgano che sono credente da come parlo e da come prego e da come vivo la
carità. Bisogna tacere, le parole non servono, ma far vedere e sapere che
faccio attività caritative, quella è testimonianza…
Gesù dice a voi, farisei, che siete stati capaci di distorcere
la Parola di Dio per far valere le vostre interpretazioni e tradizioni, che
avete scambiato il servizio con la brama di potere, la pratica della fede con l’anestesia
delle coscienze, la preghiera e le celebrazioni con vuoti spettacoli teatrali,
la carità con ... Siete voi che pregavate con le labbra, ma il vostro cuore era
lontano da Dio e dai fratelli, la vostra preghiera era lontana dalla giustizia e dall'amore ai più deboli, e lo dicevano già i profeti molto prima di Gesù.
Noi, invece, sappiamo come bisogna essere cristiani,
discepoli di Gesù.
E oggi, mercoledì delle ceneri, quando il Signore vorrebbe
spingerci a dare termine al carnevale, la festa delle maschere, che il Vangelo
in greco chiama “ipocriti”, oggi ascoltiamo:
«Gesù disse ai suoi
discepoli: “Non siate simili agli ipocriti…..”
Se non ci lasciamo
smascherare dalla tua Parola, Gesù, né il cuore né la vita sapranno chi sei tu
e chi siamo noi. Né in noi stessi, è negli
altri ti troveremo. E le ceneri sul capo
saranno scaramanzia.
lunedì 8 febbraio 2016
E io ho paura del mare
RAFFAELLO SANZIO, La pesca miracolosa
Come ci sorprende questo Dio che chiede aiuto… a Isaia e a
Simone, due timorosi e indegni peccatori… come noi!
E come rischiamo di ascoltare la Scrittura-Parola di Dio
senza accorgerci delle sue sorprese!
Purtroppo noi “persone religiose”, come Isaia e come Simon
Pietro, sappiamo troppo bene chi è Dio
per lasciarci sorprendere dal Dio vivente. La nostra fede cristiana è fatta di
tante belle idee teologicamente perfette …
e crediamo in un Dio che ci inventiamo noi. E perciò spesso restiamo
delusi. Ma, a dire la verità, anche abbastanza al sicuro. E, in fondo, è questo
che ci interessa: sentirci al sicuro… ancorati nei porti delle nostre
competenze umane e dei nostri fallimenti, rannicchiati nei nostri riti emotivi
a ore, dentro le nostre preghiere scontate…
ma davvero siamo al sicuro?
Dove poniamo la nostra sicurezza?
Possiamo fissarla solo nella sorpresa di scoprire un Dio
bisognoso, povero, che ci chiede aiuto. E che Dio è? Un Dio che prega… me. Insomma tutto il
contrario di quello che mi aspetto. È lui che deve rispondere ai miei bisogni e
aiutarmi. E invece lui prega me, di dargli poi cosa? La mia barca:
la mia vita, la mia capacità lavorativa, il mio tempo, ciò che sono e che ho.
Tutto. Anche i miei peccati. E già. Lui è così bisognoso di me… che si prende
tutto!
E crediamo di essere umili dicendo che non valiamo niente,
che non siamo capaci, che siamo peccatori. Ma tutte queste scuse rivelano solo
il nostro orgoglio che non vuole rischiare di riconoscere che, in fondo, è
vero: da Lui viene la nostra grandezza, dal suo amore, non da noi. E scopriamo
che per Lui noi siamo preziosi, valiamo la sua vita! Valiamo il suo amore!
Valiamo la sua missione, che Egli vuole condividere con noi.
Scopriamo che umiltà è solo lasciarci sorprendere da Dio e
dalle sue richieste nei nostri confronti. Richieste che non sappiamo dove ci
porteranno: in alto mare… immersi continuamente nel rischio di perdere la vita.
Come Lui. Come sua Madre, talmente attenta ad ascoltare che si lasciava
continuamente sorprendere da un Dio che non sempre riusciva a capire, ma che
non poteva non amare e non seguire… a qualunque costo.
“Lasciarono tutto e lo seguirono”. Forse significa
semplicemente che lasciarono il dio che credevano di conoscere e di possedere e
seguirono quel Dio povero e rischioso che chiede aiuto. Che non garantisce la
tranquillità, l’economia, il successo,
il potere, il prestigio, il quieto vivere, la garanzia dei miei
interessi. Anzi tutto questo butta in
alto mare o incenerisce nei carboni ardenti del suo cuore folle…
E poi scopriamo che il mondo, dovunque e sempre, gli uomini
e le donne, i giovani, i bambini, i vecchi, i ricchi e i poveri, hanno bisogno
di aiuto, hanno bisogno di Lui. “Chi manderò?”
“Eccomi, manda me”. E io ho paura del mare.
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