venerdì 14 aprile 2017

Pensieri di un asino


Pasqua 2017

Porto sempre dei pesi, perciò mi chiamano bestia da soma.
Abito in un uliveto, dove c’è una grotta nella quale schiacciano le olive per fare l’olio.
A seconda delle stagioni, porto olive per fare olio, o uva per fare vino, o grano per fare farina. A volte porto anche l’acqua. Qualche giorno fa ho portato acqua in città, ma poi mi è capitata una cosa bellissima: ho portato Gesù. 
TEOFANE CRETESE, Entrata di Cristo in Gerusalemme, 1567

L’ho portato in città ed è scoppiata un festa straordinaria: mi hanno vestito di mantelli e Gesù è salito sopra, e la gente lo acclamava come un re. Veramente i re vanno sui cavalli… lui invece stava su di me! E mi hanno fatto camminare su un tappeto di rami di palma e mantelli. Qualcuno di quelli che comandano l’ha presa male, ma c’era una gran folla che faceva festa a Gesù… e io mi sono sentito … quasi importante come un cavallo…
Poi sono tornato all’uliveto e alcune sere dopo è venuto Gesù con i suoi amici, ma ne mancava uno. Alcuni si sono fermati nella grotta e parlavano di quello che era successo durante la cena: ho sentito che Gesù aveva dato loro il pane dicendo che era il suo corpo e il vino dicendo che era il suo sangue! Loro dicevano di non capire quella cosa, figuriamoci io! E un’altra cosa li aveva sconvolti: Gesù aveva lavato i loro piedi sporchi, come fa di solito lo schiavo di casa.
ANONIMO VENETO, Lavanda dei piedi, sec XVII

 Ma non è possibile, forse ho capito male! Altri di loro si sono seduti sotto gli ulivi e Gesù è caduto a terra, sembrava non avesse la forza di stare in piedi e pregava e sudava e sembrava molto stanco, più di me quando porto tanti pesi in un giorno… Se avessi potuto aiutarlo… ma quale peso lo schiacciava da farlo stare cosi? E il suo sudore bagnava la terra sotto il suo corpo, proprio lì vicino a quella grotta dove schiacciano le olive con una grande pietra e scorre l’olio…
Poi ha detto ai suoi che quelli che comandano stavano per venire ad arrestarlo! Ma come, se lui era il re qualche giorno fa! I suoi amici hanno cominciato a dire che lo avrebbero difeso con le spade e gli dicevano di fare un miracolo per fermare i nemici, vincerli, ma lui ha detto che non avrebbe mai usato violenza e li ha rimproverati. Era duro e deciso. Ha fatto come faccio io quando mi pianto testardamente sulle zampe e non mi muovo. Proprio deciso e testardo. Ho pensato che mi somigliasse un po’… ma forse non dovrei. E comunque ha proprio voluto aspettare e sono arrivati. Con quelli c’era l’amico che mancava e mentre lui baciava Gesù, lo hanno preso, legato e portato via violentemente. Ero spaventato, come i suoi amici che se ne sono andati.
Il giorno dopo portavo vino in città e pensavo a quello che avevo sentito dagli amici di Gesù, che il vino era il suo sangue… e all’improvviso ho visto una cosa terribile: Gesù coperto di sangue portava una trave di legno e non riusciva a camminare, come quando caricano troppo peso su mia madre, che non è giovane come me e fa più fatica. Ma noi siamo bestie da soma, lui è Gesù!
TIZIANO VECELLIO, Cristo porta la croce, 1565

E lo picchiavano con una specie di frusta, come fanno con me certe volte. Sì, ho pensato ancora che Gesù mi somigliava, o che io somiglio a lui… E poi tutto quel sangue, rosso come il succo che esce dall’uva schiacciata… come il vino… Il mio padrone piangeva e anche io e abbiamo seguito Gesù. Fuori città lo hanno crocifisso ed è morto. Alcuni suoi amici lo hanno messo dentro una grotta e l’hanno chiusa con una pietra, come quella per fare l'olio.
Ho pensato: non vedrò più Gesù… non verrà più nell’uliveto… non lo porterò più in città…
Che strano re… Sono un povero asino e non posso capire, ma a Gesù voglio bene. La sua mano era dolce sul mio dorso, mentre lo portavo.
Poi oggi il mio padrone ha lasciato salire su di me un pellegrino stanco e la sua mano era dolce su di me. E nel mio cuore di asino si sono annodati dei pensieri, mentre entravo a Gerusalemme: Gesù era come me, un animale da soma, perciò ha fatto lo schiavo lavando i piedi e come uno schiavo è morto. E anche il grano, l’uva, le olive sono stritolati e schiacciati per servire alla vita delle persone.

E io sono una bestia da soma che è felice di servire alla felicità di questo pellegrino. Siamo arrivati e il pellegrino è sceso. E il mio cuore impazzito l’ha riconosciuto: era Gesù. Vivo. E ferito. Felice. Il Re. E io sono suo amico, un puledro di asina.
MATTHIAS STOMER, Cena di Emmaus,  sec XVII


AUGURI PER UNA SANTA PASQUA DI RISURREZIONE IN CRISTO RISORTO!

lunedì 20 marzo 2017

Preghiera della sete


M. RUPNIK, Samaritana al pozzo

III domenica di quaresima A
Es 17,3-7
Sal 94
Rm 5,1-2.5-8
Gv 4,5-42



Mezzogiorno.
L’ora della solitudine e dell’arsura, sotto il sole cocente.
C’è un pozzo.
Non proprio vicino,
ma che io sappia è l’unico.
Con la mia sete e la mia brocca vado in cerca
di un’acqua che possa lenire la mia sete.
Sorprendente.
Tu, straniero, mi chiedi da bere.
Quando la gola arde, e anche il cuore,
quasi sempre ti vedo straniero, Signore.
In più assetato, anche tu,
in un deserto di assetati
in un lungo mezzogiorno
lungo da questo monte all’altro
dove ti disseterò di aceto…
e sarà notte.
“Se tu conoscessi il dono di Dio…”
Credevo di conoscerlo
su questo monte, nella mia casa, nella mia fede
al pozzo che io sono
ma la sete…
che acqua puoi darmi tu assetato?
E io ho la brocca, io attingo, io cerco, io lotto.
E sempre torno al pozzo, e sempre sete,
e sempre solitudine e gola arsa e cuore vuoto.
Non mi inganni anche tu, uomo,
promettendomi un’altra acqua?
Quale che non conosca?
E perché serve un marito per avere l’acqua?
Ma chi sei tu, profeta?
Come sai delle cisterne screpolate
alle quali ho creduto di saziarmi e mi hanno prosciugata?
Tu solo, profeta straniero,
- straniero per me è l’amore –
chiedi l’acqua del mio pozzo
e mi offri la tua sorgente…
e cade la brocca dalle mie mani,
diventata inutile la superba brocca ormai,
nel cuore una fontana gorgoglia
che non posso contenere.
Non temo più di incrociare sguardi di uomini,
mentre alle spalle sento il sorriso del tuo cuore dissetato
dalla mia sete saziata,
sguardi affamati e deridenti
o sguardi sorpresi e sospettosi
come quelli dei tuoi discepoli
forse disturbati e un po’ gelosi che tu parli con una donna.
Comprenderanno quando nel nuovo giardino
cercherai la donna, un tempo anche lei straniera ora sposa,
per colmarla della tua gioia nuova eterna
perché la condivida,
lei dal cuore finalmente saziato
lei degli apostoli apostola,
con i tuoi fratelli?
Ormai saziata, io stessa sorgente,
liberata dalla vergogna della mia sete umiliata,
corro dai miei fratelli.
Conosco la loro sete segreta.
“Ho trovato uno che mi ha detto tutto quello che ho fatto”.
E dunque non sei più straniero
tu che conosci me donna
me umanità assetata
venduta a comprata dalla sete del cuore e del corpo
della mente e dei sensi.
Non sei più straniero
tu che mi conosci senza fame e senza disprezzo,
assetato di dissetarmi
non padrone ma sposo,
saziato da una volontà d’amore
che è puro dono
che non afferra ma libera
che arderà ancora di sete
del nostro aceto,
finché sgorghi dal tuo cuore
la sorgente che per sempre sempre di nuovo guarisce
con un’onda che ristora e infiamma
tua Madre e le donne
il discepolo amato e quelli in fuga e raggiunti
e me donna un tempo straniera
ora sposa discepola-missionaria.

domenica 8 gennaio 2017

Proprio in fondo


Battesimo di Gesù, icona del X sec.

Il fiume Giordano. Il luogo più basso della terra. Dove coloro che riconoscono la propria fragilità e debolezza vanno a immergersi per essere risollevati dalla speranza che Dio è vicino. E infatti anche Gesù, uomo di Nazaret, sconosciuto al popolo del Giordano, manifesta l’intenzione di scendere e ne spiega il motivo al Battista: “Conviene che adempiamo ogni giustizia”. La giustizia di Dio si manifesta nel suo scendere là dove è l’umanità fragile, debole, segnata dalla morte fisica e morale, ferita dall’ingiustizia, dalla divisione, dall’odio. Là l’uomo Gesù, uno qualunque per tutti, ma non per Giovanni, sceglie di scendere, perché la giustizia di Dio ha carne in lui. E la giustizia di Dio è comunione, partecipazione, condivisione, solidarietà, amore. E va ad offrire tutto questo, anzitutto, a chi ne sente fame e sete, a chi fa l’esperienza del battesimo nel Giordano, per esprimere la consapevolezza di non bastare a se stesso; a chi cerca disperatamente un senso a tutto ciò che sembra non avere senso, un senso ad una vita che spesso sa di fiele e sembra negare ogni speranza.
Gesù scende nel Giordano per vincere il potere del diavolo, dice Pietro negli Atti degli Apostoli. Sì, il diavolo lavora per annegarci, per toglierci ogni amore e ogni speranza, per dividerci e sprofondarci in una solitudine mortale. Là in fondo, dove rischiamo di annegare nella morte, Gesù scende per offrirci l’esperienza della rinascita: come un neonato esce dalle acque vivificanti della madre terra, come era uscito dalle acque del seno di sua madre. E poiché è sceso per amore dove vivono i suoi fratelli e le sue sorelle in umanità, poiché non si vergogna di loro e della loro fragilità e del loro dolore e del loro peccato, sulla sua umanità scende lo Spirito, la tenerezza amante del Padre. Poiché ha scelto la più radicale comunione con l’umanità, ritrova – l’uomo Gesù – la più assoluta comunione d’amore Trinitaria. Ma il Padre di ogni giustizia non offre la sua carezza solo al Figlio amato. La offre anche a noi, facendocelo conoscere. Presenta e offre a noi il Figlio della sua gioia. Il Figlio suo che è anche Figlio dell’umanità è la nostra speranza. Colui che è la gioia del Padre è anche la nostra gioia. È sceso dove noi siamo per essere con noi per sempre. Condivide la nostra fragilità, per condividere con noi la sua vita. E la nostra vita trova senso anche in mezzo a tanti segni di morte, dove possiamo vivere la solidarietà e l’amore. La comunione con l’umanità e con Dio.

In questa festa del Battesimo di Gesù si conclude il tempo di Natale, che è il tempo in cui celebriamo la gioia di Dio che sceglie di amarci fino in fondo. E ricominciamo a sperimentare la nostra gioia di imparare ad amare.

venerdì 6 gennaio 2017

Nessuno escluso dalla Luce

ANTONIO BALESTRA, Adorazione dei magi

Solennità dell'Epifania
Is 60,1-6
Sl 71
Ef 3,2-3.5-6
Mt 2,1-12

Davanti ai grandi della terra e anche nelle nostre società, sono tanti gli esclusi: i poveri, i piccoli, i vecchi, i malati, gli immigrati…
Quelli che, invece, il Vangelo recupera. Quelli verso i quali pare che lo sguardo e le attenzioni di Dio si posino per primi. Ma credo che commettiamo un grande errore quando arriviamo a pensare che Dio escluda o emargini quelli che nella nostra società sono i privilegiati, gli emergenti. Ad ascoltare con attenzione il Vangelo, ci si accorge che Dio non esclude nessuno, non emargina e non rifiuta nessuno. Solo gli uomini possono emarginare e rifiutare Dio, ma non si dà il contrario. Però ci capita di applicare a Dio i nostri stessi atteggiamenti, le nostre reazioni e scelte. Noi siamo gente di parte: di solito stiamo con i ricchi e i potenti. Se poi ci capita una crisi di coscienza, è facile che stiamo con i poveri e gli emarginati e rifiutiamo i ricchi e i potenti. E pensiamo che Dio faccia lo stesso. Ma, sorprendentemente, il Vangelo ci dice che non è così.
Certo, dopo gli sconosciuti Maria e Giuseppe di Nazaret, i primi che Dio cerca per offrire la gioia della nascita di suo Figlio, il Bambino nella mangiatoia salvezza del suo popolo, sono gli emarginati e sconosciuti pastori. Per loro Dio scomoda le schiere celesti.
Ma nella festa di oggi, il Vangelo ci rivela che anche al re Erode Dio fa conoscere il meraviglioso evento, già annunciato dalle Scritture ebraiche: anche Erode il Grande, uccisore dei suoi stessi figli, è cercato e atteso dal Figlio di Dio, dal Re del cielo. E per lui Dio scomoda personaggi che probabilmente hanno uno status sociale elevato. Non sarebbero stati ricevuti altrimenti. Anche se la tradizione ci dice che erano tre e ci fa conoscere i loro nomi, il Vangelo non è interessato a questi particolari. Sono “alcuni Magi” che vengono dall’Oriente. «Mago denota un appartenente alla casta sacerdotale di Persia. Più tardi, nell’ellenismo, designa teologi, filosofi e scienziati orientali… Non sono dei “maghi”, ma dei sapienti che seguono le indicazioni della stella. Guardare le stelle, stupirsi davanti all’immensità del cielo e cercare di comprenderlo, scrutarne il ritmo e l’armonia, è l’inizio del sapere umano… I magi non si accontentano di osservare le stelle nel loro apparire, permanere e scomparire: per loro la scienza non è solo l’osservazione di ciò che è, ma anche il chiedersi che cosa significa» (FAUSTI S., Una comunità legge il Vangelo di Matteo I, EDB 1998).
E questi misteriosi personaggi, così lontani geograficamente e culturalmente e religiosamente da Israele, hanno saputo trovare nella loro stessa scienza la capacità di leggere una Parola e un Significato infinitamente più misteriosi e luminosi della nascita e del cammino di una stella. Che strano: scienziati che cercano Gesù Bambino. Nella nostra società religiosamente emotiva e atea, siamo convinti che gli scienziati non dovrebbero avere a che fare con certe cose che riguardano la religione. Altrimenti non sono scienziati. Certo, probabilmente la scienza non ha molto a che fare con la religione…. ma con la fede?
Vengono dall’Oriente questi magi, da dove sorge il sole, da dove nasce la luce. E seguono una stella. Sono personaggi strettamente imparentati con la Luce. Ma, come tutti noi, vivono in un mondo troppo vittima delle tenebre e nella loro stessa corsa di discepoli della Luce, si scontrano con le tenebre: quel re Erode, talmente imparentato con le tenebre, da avere terrore della luce. Ma neppure le tragiche tenebre di Erode possono fermarli. La gioia che sgorga dal loro amore per la ricerca della Luce è inarrestabile e più forte di ogni ostacolo, di ogni ipocrisia e di ogni inganno. Sono scienziati. Veri. Cioè umili: non credono di poter bastare a loro stessi, nonostante le loro alte conoscenze, e si rivolgono a Erode e ai suoi scienziati. Purtroppo anche gli scienziati veri qualche volta commettono errori di valutazione: alla corte di Erode non ci sono scienziati, ma solo acculturati; sanno a memoria le Scritture di Israele, ma non le comprendono. Quando lo studio è a servizio del potere, difficilmente diventa scienza e non può avvicinarsi alla Verità.
Sono scienziati, i Magi. Scienziati veri. Cioè aperti alla Verità. Non cercano conferme alle loro precomprensioni o sostegni al loro potere, ma cercano la sorprendente Verità, in qualunque forma si manifesti, dovunque si nasconda. E possono così riconoscerla anche nella semplicità di uno sconosciuto bambino tra le braccia di sua madre. Vera epifania. Sono scienziati. Veri. Cioè capaci di amare e incontrare l’umanità, i popoli, le culture e di scoprire in essi la Luce di Dio. Sono uomini di Pace. Non hanno bisogno di creare religioni e combattere per difenderle. E neanche devono difendere le loro conquiste e il loro potere. Non hanno paura di perderli, come Erode. Solo chi è interiormente povero può cercare la Verità, unica ricchezza. Cercano la Verità, i Magi che vengono da lontano. È lungo il cammino verso la Luce, per tutti. Esige amore e fedeltà. Fatica e perseveranza. Ma nella Verità, la loro scienza sposa indissolubilmente la fede. E sono colmi di gioia.
«La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso» (GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio).

giovedì 8 dicembre 2016

Raggiunti dalla Bellezza

  Bartolomé Esteban Murillo, L'Immacolata, 1678

“Ho avuto paura, perché sono nudo e  mi sono nascosto”.
La nostra condizione: nudi e  vergognosi. Ci vergogniamo di noi stessi, e degli altri, e di Dio. Ed è guerra.
E solitudine. E prigione.
Eppure nudi siamo nel seno di una madre. E nudi veniamo accolti dalle sue braccia. E rivestiti di amore.
C’è un abito che desideriamo e cerchiamo allo spasimo. Un abito che vinca la vergogna e la solitudine e la prigione.
Lo stesso Creatore viene a cercarci: “Dove sei?”. Il desiderio e l’apprensione di una domanda che, da sola, vince la vergogna e la nudità. Ci snida. Come in un parto. E ci consegna a una Donna. Alla quale Lui stesso si consegna come figlio, nudo. Dio vestito unicamente della carne della Donna. Come ciascuno di noi.
Donna nuova, uscita dal cuore di Dio, come la prima donna era uscita dal cuore dell’uomo. Donna nuova, madre di una Umanità nuova. Donna vestita di sole, non più snudata dal peccato. Donna luminosa, non più nascosta nell’oscurità. Donna che dà carne all’Uomo nuovo, non più nata dalla carne dell’uomo vecchio.
Donna, creazione nuova, non più sedotta schiava dalla menzogna, ma Regina vittoriosa, Serva della Verità dell’Amore.
Donna che veste di carne il suo Creatore e da Lui è vestita di Bellezza.
Donna che non conosce più la vergogna, né la paura. Ma umile e adorante si consegna al Mistero della Vita.
L’Amore del Creatore Padre viene a vestirci nell’Amore della Donna Madre. Immacolata.
In Lei ci è aperto il mistero di un progetto che vuole anche noi, suoi figli, immacolati nell’amore.
L’abito nuovo per noi è il suo stesso Figlio, che lei ha vestito di se stessa.

Padre Creatore, Figlio Salvatore, Spirito Amore: siete una meraviglia, ma…. siete Dio… e noi no. E l’incontro resta difficile, addirittura “inappetibile”, lo sapete anche voi. Ci sentiamo in esilio.
Davanti a Dio che ci cerca, ci è sempre più facile voltarci altrove, o nasconderci. Troppo grande l’abisso tra te, Dio, e noi.
E lo sai. Perciò superasti l’abisso, già all’inizio, con l’annuncio della Donna della Vittoria, Donna della fedeltà. E colmasti l’abisso in quel giorno in cui bussasti alla casa di Maria di Nazaret e ti inchinasti a chiedere di entrare nella sua carne, di fanciulla non nascosta nella vergogna di una superbia sconfitta, ma nell’umile immacolata verità. In attesa di Giuseppe suo sposo. E nell’amore totale di lui, lei poté vivere la pienezza del tuo amore, che la rese madre. Di tuo Figlio, e nostra.
No, tu non ti offendi, Dio, se il volto di questa Donna che ci dai come Madre, ci attira, ci incanta, ci innamora, ci colma di gioia e di speranza. Posso dirlo? Più del tuo, perdonami. Anche tu hai preso un volto d’uomo, in lei. E di solito facciamo fatica a riconoscerti come uomo e anche come Dio. Sì, facciamo sempre un po’ di confusione… Crediamo in te, ma….
Insomma, lei è creatura, è come noi, una di noi. Questo è il progetto tuo che ci sbalordisce e innamora. È creatura, è una di noi. Ed è tua Madre. E anche nostra.
Sì, sul suo volto noi contempliamo la Bellezza, la Piccolezza vittoriosa, la Grandezza umile, la Santità gioiosa, l’Amore immacolato. Tutto ciò che sogniamo. Tutto ciò di cui siamo assetati e affamati.
E lei, Maria di Nazaret, Immacolata, è la certezza che, poiché ce l’hai data per madre, il tuo progetto su di lei vale anche per noi.
E senza questa sua festa, non sapremmo fare festa neanche a Natale.

Nel volto di questa meravigliosa Donna nostra Madre noi scorgiamo con immenso stupore e inaudita gioia i chiari lineamenti del tuo Volto, o Padre, o Figlio, o Spirito, Trinità d’amore, che non ti vergogni di noi e in lei ci rivesti della tua Bellezza.

domenica 28 agosto 2016

Necessita soccorso urgente

Sir 34,19-21.30-31
Sal 67
Eb 12,18-19.22-24
Lc 14,1.7-14

Abbiamo negli occhi le immagini terribili del terremoto nel Centro-Italia: immagini che spaventano, per la violenza improvvisa della natura; immagini che sorprendono e commuovono per la dedizione di tanti che, in brevissimo tempo, sono accorsi per portare soccorso, per scavare tra le macerie e salvare più vite possibile, per allestire rifugi, per curare, per consolare, per distribuire cibo, vestiti, medicine...

E oggi, la Parola di Dio, come in tutta questa estate, vuole creare in noi un altro terremoto. Quando andiamo a messa, la domenica, ci aspetteremmo sempre un po' di carezze, di dolcezze da Dio. Ci aspetteremmo che ci ringrazi e ricompensi perché siamo lì - siamo così affamati di riconoscimenti! Ci aspetteremmo di sentirci dire che siamo già abbastanza bravi...

In queste domeniche estive, invece, pare proprio che il Signore abbia intrapreso una lotta con noi, che stia cercando di far crollare - come in un terremoto - la nostra convinzione di essere veri cristiani, di essere a posto, di non aver nulla da cambiare, perché Lui ci prende come siamo...
Già: la Parola di Dio ci rivela che Egli ci ama a partire da come siamo, ma non si rassegna a lasciarci come siamo. E' alla conversione che continuamente  vuole spingerci.
Ci rivela sempre che siamo malati e abbiamo necessità di soccorso urgente, come i terremotati, per essere curati, riportati in vita.
Nel libro del Siracide, oggi, c'è una sentenza terribile per quella nostra malattia così diffusa, che arriva a sembrarci l'unica possibile vita. "Per la misera condizione del superbo non c'è rimedio,perché in lui è radicata la pianta del male".
Ma forse il Signore non sta parlando a noi che oggi siamo a messa: sta parlando dei signoroni che si arricchiscono alle spalle dei dipendenti, sicuramente parla ai politici che pensano solo ai loro privilegi e superstipendi pagati con le tasse del popolo, parla ...  a chi, se non a noi, che oggi siamo a messa, ad ascoltarlo?
Quanti di noi, che oggi siamo a messa, passiamo il tempo a cercare su internet notizie negative - spesso false - che accusano gli altri di ogni meschinità e colpa. Oramai è una dipendenza da una droga che avvelena il cuore e ci riempie di rabbia, di odio. E se ne diventa spacciatori, riempiendo facebook. E noi siamo i cristiani che andiamo a messa!
Ascoltiamo nel profondo del cuore la Parola e lasciamo che sia il Signore a fare la radiografia, la TAC del nostro male e che lo sbricioli - come fa il terremoto - visto che, nell'Eucaristia, troviamo già il soccorso immediato per essere guariti.
Partecipare alla messa, ascoltare la Parola e fare la Comunione, è il terremoto e il soccorso immediato che solo può guarirci dalla superbia, il male più diffuso e mortale. Ancora più mortale se siamo convinti di non averlo. 
L'Eucaristia è il banchetto che Gesù condivide - dandoci se stesso da mangiare - con noi che siamo estremamente poveri, ciechi, storpi, zoppi, e che MAI, IN ETERNO, potremo ricambiarlo. Quando partecipiamo a questo Banchetto, necessariamente dobbiamo lasciarci trasformare, a costo di un doloroso terremoto della coscienza, del pensiero, dello stile di vita, delle parole. Un mondo di disperati, di perseguitati, di gente in fuga dalla guerra, di terremotati, di abbandonati, di malati, di gente soffocata dalla solitudine, di disoccupati, di bambini spaccati in due dalle separazioni dei genitori, di giovani prigionieri del gioco e della droga e di un uso insensato del sesso e degli affetti - a cui vergognosamente si dà il sacro Nome di Amore. Un mondo di ingannati dalle menzogne della società e troppe volte dai silenzi e dagli adattamenti della gente di chiesa - di noi che oggi andiamo a messa. Possiamo oggi mangiare il Pane che è Cristo, senza fare almeno un qualche piccolo spazio in noi, nella nostra mente e nel nostro cuore e nelle nostre tasche e nel nostro lavoro e nel nostro divertimento e nel nostro BENESSERE e nel nostro tempo libero, e nelle nostre idee e nelle nostre parole, a tutta questa folla che attende URGENTE SOCCORSO? L'inganno più atroce, nel quale ci piace avvolgerci, come i maiali nella melma, è la menzogna che ormai la crisi economica ci ha resi poveri, mentre lo spreco in tutti i sensi è il nostro stile di vita. 
Gesù, nell'Eucaristia ci dà se stesso da mangiare: chi di noi non può dare un piccolo spazio in se stesso come luogo di accoglienza e di soccorso a chi non ha da ricambiarci?  Eppure avrò anche il ricambio: comincerò a guarire dalla superbia.

domenica 14 agosto 2016

Incendi e sciabolate o crema antirughe



Ger 38,4-6.8-10
Sal 40
Eb 12,1-4
Lc 12, 49-53

Ci infastidisce questa pagina di Vangelo…  Siamo in vacanza, o almeno in cerca di un po’ di relax, dalle tensioni, dallo stress di tutto l’anno, dalle fatiche, dai contrasti, dalla corsa ad ottenere di più: la carriera… il successo… i riconoscimenti…
E già da alcune settimane, proprio in estate, in tempo di vacanze, Gesù si mostra nel suo volto meno attraente, anzi… indiscreto… fastidioso… Ma che vuole? Non capisce – almeno Lui – che abbiamo bisogno di riposo, di comprensione, di carezze, di misericordia, di tranquillità?
Ci si mette, in questi giorni, anche il Papa, che prima invita a pranzo i rifugiati, quasi tutti musulmani che ha ospitato in Vaticano, poi va a trovare le donne uscite dalla schiavitù della prostituzione e chiede perdono a nome dei cristiani! Ma anche questo ce l’ha con noi? In fondo la prostituzione è il lavoro più antico del mondo! Anche il Papa ha deciso di infastidirci la vacanza, lui che non va in vacanza.

E se le parole di Gesù, oggi, fossero proprio antistress? Come quelle delle domeniche scorse. La Parola di Dio, che Gesù è venuto a far piovere abbondantemente sulle nostre ferite da stress… o da peccato, davvero – sempre – è tisana rilassante che dà pace, crema antirughe che rinnova la giovinezza del cuore.
Se la sentiamo, ci infastidisce. Se la ascoltiamo ci comunica la stessa passione del suo cuore. E la passione è vita. Si è vivi solo se si è disposti a patire per una vita più alta, più vera, piena. Una vita più.
La passione che egli porta nel cuore e nelle sue scelte di vita è fuoco: fuoco che distrugge le sterpaglie che impediscono il passo e la crescita, la zavorra che stanca, l’egoismo che chiude le porte, le paure che soffocano, gli interessi personali che rendono malati e assetati e affamati, in un eterno supplizio di Tantalo; eppure tutto questo è ciò che noi rincorriamo, perché ci fanno credere che siano la nostra felicità.
La passione di Gesù è fuoco che purifica, che apre la strada e illumina, guida, riscalda, amalgama, trasforma, dà energia. Cosa sarebbe la vita umana senza il fuoco?
La passione di Gesù è il suo battesimo, cioè il dono della sua vita a noi. Egli arde dal desiderio di immergersi fino alla morte nella nostra vita di malati di peccato. Sì, arde dal desiderio di morire con noi e per noi, per donarci la sua vita piena, appassionata, donata, condivisa. Una vita che si espande come il fuoco al vento dello Spirito. Una vita che vuole raggiungere tutti quelli che mancano di vita, di gioia, di amore: vuole raggiungere tutti gli “scartati” dalla vita. Ci siamo anche noi tra questi, o noi siamo quelli che scartano?

E anche oggi Gesù attende che scegliamo: non per domani, non per dopodomani; per oggi; domani ci chiederà di rinnovare la scelta. Si tratta di scegliere di lasciarci incendiare, di lasciarci purificare dalla sua Spada, che è la sua Parola, di lasciarci immergere nel suo battesimo che è il suo “morire per amore”. Si tratta di scegliere di “vivere oggi, con cuore rinnovato, il nostro battesimo”. Si tratta di lasciarci conquistare dalla NOVITÀ che è Gesù, oggi, nella storia che viviamo. È ciò che il Papa ci ripete con i gesti e le parole. È per questa NOVITÀ DISTURBANTE, che richiede quotidiana conversione, che il Papa si ritrova perseguitato in casa sua, cioè nella Chiesa. Sono i padri e le madri, i suoceri, che non riescono ad aprire il cuore alla NOVITÀ ETERNA che è Gesù e restano al passato, a ciò che abbiamo sempre fatto: il Papa si inginocchi davanti all’Eucaristia, dica il rosario e combatta i musulmani e allontani le coppie irregolari.
E noi ci terremo il nostro egoismo stressante, che ci fa sentire bravi e buoni cristiani: e ci basteranno alcuni giorni di vacanza, per dirci che stiamo bene.


domenica 7 agosto 2016

Alta finanza

Significa spregiudicati investimenti, che però possano offrire più grandi profitti, maggiori interessi.
Giocare in borsa, spregiudicatamente, di solito significa rischiare la propria borsa. Pare che questo sia il lavoro più importante, quello che regge le sorti dei popoli, visto che è la borsa che sostiene o condanna le scelte politiche dei governi e dei popoli, i colpi di stato e i cambi "democratici" di governo, le rivoluzioni e le guerre. Lo  stato di salute o di malattia dei popoli e del mondo è segnato dal termometro della borsa, dai giochi dell'alta finanza.

Sorpresa! Se abbiamo orecchi per ascoltare, nella messa di oggi - come già domenica scorsa - Gesù ci si presenta come maestro di alta finanza, la più spregiudicata.
Ci indica come investire ciò che abbiamo, promettendoci interessi da capogiro: la piena e definitiva partecipazione alla ricchezza di Dio, l'unico padrone del mondo, l'unico stabilmente e eternamente ricco. La garanzia che non ci sta prendendo in giro è se stesso, che ha investito per primo TUTTO fino all'ultima briciola, per rendere accessibile a noi la sua ricchezza. Cioè: non voleva essere ricco da solo. 
Quando vogliamo fare un investimento, ci viene presentato il preventivo: le condizioni e i costi e i guadagni. Se ci fidiamo di chi ce lo presenta, se ci convince il preventivo, mettiamo una firma... e il gioco è fatto... e non è più nelle nostre mani.
Anche Gesù ci chiede una firma che si appone consegnandogli tutto. Certo, occorre fidarsi. La condizione indispensabile è la fede e la fede si rivela reale quando, giorno per giorno, consegniamo tutto a lui. Il gioco è in mano a lui, anche se, per la verità, resta sempre in mano a noi, perché la firma occorre rinnovarla di giorno in giorno.


REMBRANDT VAN RIJIN, Sacrificio di Isacco, 1635

Noi di questo mondo, che misuriamo tutto sulla concretezza dei soldi - lo studio, la politica, il bene e il male, la giustizia, la fiducia, l'amicizia, l'amore, il matrimonio, la paternità e maternità, il lavoro e il divertimento, la gioia e il senso della vita - scopriamo che Gesù, Dio che salva, parla la nostra stessa lingua, ha i nostri stessi criteri: la salvezza, l'identità cristiana è una questione finanziaria. Non ci si salva con le devozioni, i riti, le preghiere. Ci mette davanti le sue condizioni in modo anche brusco, affatto diplomatico: vuole tutti i nostri beni, vuole che investiamo proprietà, soldi, lavoro, interessi, eredità, apostolato, la stessa vita, secondo i suoi criteri. E davvero ci promette un'arricchimento inimmaginabile.
Dobbiamo avere chiari i criteri: il dono di sé e delle proprie cose nella solidarietà e nella condivisione.
La domanda è: ci fidiamo di lui, almeno quanto ci fidiamo dei vari promotori finanziari che ci aiutano a investire i nostri soldi? E spesso vediamo come va a finire...

E' questione di fede. Già... pare che il Vangelo oggi ci costringa a misurare la fede con i soldi e le proprietà.
Come ci piacerebbe di più un Gesù più Dio e meno Uomo; ci fideremmo di più, se le sue condizioni riguardassero solo devozioni, apparizioni, preghiere e anche qualche fioretto: senza dolci... senza ciliege... 
Questo Gesù, invece, ragiona come noi, a suon di soldi e di proprietà..., di dono, di investimenti spregiudicati, di giocare in perdita... per ottenere interessi strepitosi in una banca... che ci attende... in una città che non è questa...
Ma in una vita che non finisce in un cimitero. Qui si gioca la fede: siamo cristiani solo per il tempo che precede il cimitero ... o per sempre, per la vita eterna, per il prima e per il dopo?
E' nella condivisione, nel dono di ciò che siamo e che abbiamo che si vede se noi cristiani crediamo nella risurrezione. E dopo l'annuncio della Parola, anche oggi, ci verrà chiesto di professare: IO CREDO.

sabato 6 agosto 2016

Davvero?

Children Know Peace, Filippine 2012

Davvero la vita ha un senso se abbiamo un nemico contro cui combattere?
Davvero la vita è bella se abbiamo una guerra da fare?
Davvero la vita è gustosa se individuiamo qualcuno da rifiutare?
Davvero la vita è più tranquilla se decidiamo che qualcuno è responsabile dei nostri problemi?
Davvero ci sentiamo soddisfatti se auguriamo la morte ai politici?
Davvero crediamo di costruire un futuro insultando quelli del nord o quelli del sud o quelli della squadra avversaria? O quelli di un’altra religione?
Davvero ci sentiamo giusti quando diffondiamo notizie della disonestà o di errori di altri o di frasi dette o di decisioni prese, senza conoscere la fonte della notizia, senza essere sicuri che sia vera – ma sicuramente è vera perché è scritta su internet? Davvero ci fa sentire bene diffondere calunnie o notizie allarmistiche o velenose?
Davvero cercare, individuare o inventare le colpe degli altri è la missione che ci realizza?

Un poster per la pace, Quarrata 2015

Davvero vivendo così ci sentiamo una società civile?
Davvero diffondere la paura dello straniero e rifiutare in assoluto i fedeli di un’altra religione ci fa sentire fedeli difensori della fede cristiana?
Davvero identificare gli immigrati come i responsabili dei nostri problemi sociali ed economici ci fa sentire salvatori della nostra società?
Davvero invocare la lotta e la guerra contro  chi ci fa guerra “per soldi” mascherandola di religione, ci fa sentire diversi da loro?
Davvero diventare cristiani fondamentalisti, puritanamente separati dal resto del mondo, ci fa sentire cristiani veri? O forse non è questo ciò che i fondamentalisti islamici si aspettano? E allora avremmo obbedito a Gesù Cristo o all’Islam fondamentalista?
Davvero indossare i panni delle vittime ci mette tranquilla la coscienza?
Davvero difendere la fede cristiana e la chiesa significa tenere lontani tutti quelli che non sono abbastanza fedeli e “in regola”? Davvero ci si può sentire veri cristiani e veri difensori dei diritti di Dio e della Chiesa, diffondendo disistima del Papa e del suo insegnamento e del suo esempio di pastore che non ama le separazioni farisaiche, il potere ecclesiastico, le insegne gloriose, i privilegi di rango, ma indica con la parola e con la vita le vie scandalose del Vangelo? Le vie di Gesù che, appunto, ha scandalizzato, con la sua vita e il suo insegnamento, i sommi sacerdoti difensori della purezza della fede, sostenitori dei diritti e dei privilegi del sacro, accusatori e giudici dei peccatori. Una religione facile, la loro. Davvero è questa che vogliamo? O vogliamo la fede che si identifica con le vie di Gesù, mai scontate e sicure, mai privilegiate, mai asettiche. Le vie di Gesù, che mettono sempre la coscienza in discussione e in ricerca, che seguono sempre i sentieri di quell’amore che si manifesta nell’incontro e nell’accoglienza, anzitutto, nella vicinanza, nell’ascolto e nella comprensione, nel servizio, nella misericordia. Su queste vie non si nega e non si nasconde mai la verità, che non sarà mai se stessa lontano dall’amore. E solo il Crocifisso ne è Maestro. E la Risurrezione non è la sconfitta della Croce: ne è il sigillo e la gloria.


domenica 29 maggio 2016

Consegnato a chi ha fame


SIEGER KODER, Ultima cena

Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo

Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me" (1 Cor 11, 23-25)

Potessimo ascoltare e contemplare queste parole e restarne stupiti... ma siamo così abituati a sentirle a messa!
E riduciamo il mistero dell'amore inaudito a devozione!
Mentre è il mistero di una realtà che, unica, può rivoluzionare il mondo. Il mistero dell'unico Pane che sazia.

Siamo arrabbiati, gli uni contro gli altri. Abbiamo bisogno di scovare dei nemici da qualche parte. Siamo capaci di trasformare in nemici i tifosi della squadra avversaria; quelli che hanno un lavoro migliore e più redditizio; quelli che hanno pensioni d'oro; i politici; i vicini di casa; quelli che vivono a sud trasformano in nemici quelli del nord e viceversa; sicuramente sono nemici gli immigrati, anche quelli che fuggono dalla guerra con i bambini in braccio; e possono essere ritenuti nemici persino i fratelli e le sorelle; addirittura ho visto qualcuno trattare da nemica la propria madre. Solo la fame rende l'uomo lupo per l'uomo. Solo la fame fa vedere nemici in ogni angolo: gli altri possono rubarci il pane per la sopravvivenza.
Eppure siamo, noi europei, la società dell'opulenza, delle malattie causate dall'eccesso di cibo. Incredibile: i popoli ricchi fanno la guerra, anche ai poveri, per avere di più; solo i popoli ricchi hanno paura dei poveri. Quando erano poveri, i nostri nonni messi alla fame dal cibo distribuito con la tessera, durante la guerra, furono capaci di accogliere in casa quelli che fuggivano dai bombardamenti; e ci fu chi nascose in casa propria i ricercati e i perseguitati, come gli ebrei.
Oggi siamo troppo ricchi per poter fare questo. Oggi abbiamo paura dei poveri, dei fuggiaschi, degli immigrati. Abbiamo paura persino dei colleghi, dei vicini, dei parenti. S. Francesco di Assisi diceva che solo chi possiede qualcosa può avere paura degli altri.
Sto dimenticando che c'è la crisi economica ormai da otto anni? Eppure la crisi più grave non è quella economica e finanziaria: la vera crisi è la carenza di umanità. Per questo, pur avendo cibo in abbondanza tanto da sprecarne quantità esorbitanti - pur nella crisi -, siamo divorati dalla fame, una fame insaziabile che non sappiamo più come soddisfare.

E magari oggi siamo anche andati a messa e forse alla processione del Corpus Domini.

Ma forse non sappiamo riconoscere il Pane.

Proprio quando veniva tradito, cioè consegnato alla morte dall'amico diventato nemico, Gesù consegnava se stesso alle nostre mani di nemici che l'Amore voleva trasformare in amici. Di più: in fratelli e sorelle. Non lupi contro lupi, sempre più feroci e affamati quanto più sazi, ma fratelli e sorelle, che possono ancora amare e perdonare anche quando non sono amati.
Solo quel Pane e quel Vino, solo l'Eucaristia, può ridarci la nostra umanità. Mangiando e bevendo quel Pane e quel Vino, suo Corpo sacrificato e suo Sangue sparso, potremo essere saziati, tanto da poter saziare anche altri affamati.
Uomini e donne capaci di dare la vita per amore, ogni volta che ne mangiamo e beviamo. E saremo così memoria viva di Lui, Gesù UomoDio: il vero ricco, fattosi povero per arricchire noi. Si è consegnato alla nostra morte, per consegnare a noi la sua Vita, il suo Amore, diventando nostro vero cibo e nostra vera bevanda.

martedì 23 febbraio 2016

Per chi clicchiamo "mi piace"?

Mt 23,1-12

In questo secondo martedì di quaresima, Gesù sembra lanciarci una sfida: "Ti propongo due modelli, scegli per quale vuoi cliccare "mi piace". Naturalmente dove cliccherai, là è il tuo cuore e quindi seguirai quel modello nella tua vita, sarai discepolo di quel maestro".
Allora bisogna leggere attentamente, perché le differenze di proposta sono radicali e si rischia anche abbastanza: da sempre i discepoli sono trattati come il maestro che seguono.

Noi gente di chiesa da sempre ci diciamo discepoli di Gesù, però... ad essere sinceri, siamo istintivamente attirati dal modo in cui scribi e farisei sono maestri e guide, dal loro cercare potere e riconoscimenti e successo. Intanto perché abbiamo un cuore di schiavi che solo con le parole cerca la libertà. E, come sempre, gli schiavi cercano in tutti i modi di rendere loro schiavi gli altri.
Così il modello degli scribi e farisei, da sempre è seguito, concretamente, da tanti pastori e anche, quando e dove possono, da tanti fedeli, soprattutto consacrati (e ci sono io in mezzo), da tanti uomini soprattutto, ma anche, se e come possono, da donne...

Tu, Gesù, nella tua quaresima là nel deserto, non potevi cliccare "mi piace", ma decisamente e senza compromessi scegliesti il progetto di servizio e di amore proposto dal Padre e da lì continuasti a sceglierlo ogni giorno, a qualunque costo.
Non ti piacque la proposta di successo e di potere che satana in ogni modo cercò di mostrarti come la migliore, facendola passare anche per volontà di Dio.

Solo tu, Gesù, sei un maestro libero e grande, tanto da poter essere umile e servo per cercare di rendere liberi anche noi da ogni schiavitù di successo e di potere.
Abbi pietà di noi tua Chiesa di ieri e di oggi, ma... noi li critichiamo 'sti scribi e farisei, perché sappiamo come la pensi, e soprattutto quando non riusciamo a trovare spazio nel loro posto, però... a noi ci piacciono tanto...  ("a noi ci" è rafforzativo)

domenica 21 febbraio 2016

L'uscita

TIZIANO VECELLIO, Trasfigurazione di Cristo, 1563


II domenica di quaresima  C
Gen 15,5-12.17-18
Sal 26
Fil 3,17-4,1
Lc 9,28b-36

Il sonno e la paura: i tre discepoli li sperimentano sul Tabor davanti alla manifestazione della divinità di Gesù e ugualmente nel Getsemani, davanti al dolore e all'umiliazione, alla sconfitta di Gesù. Noi umani siamo così. 
Era capitato anche ad Abramo. E' il limite umano che si incontra con Dio.
E allora si rende necessario l'esodo di Dio da se stesso, per venirci incontro nel nostro limite, nelle nostre fragilità, nelle nostre paure che ci rendono così difficile comprenderlo. 
Nell'incontro con Mosè e con Elia, Gesù parla del suo esodo, della sua uscita da questo mondo per tornare al Padre per portare con sé l'umanità salvata. Ma prima era uscito dal Padre per raggiungere noi, nella nostra schiavitù, nella nostra morte. E il suo esodo è uscita dalla Vita per entrare nella morte e uscita dalla morte per tornare alla Vita.
Nell'opera del Vecellio, Gesù indica, mi pare, proprio il suo essere in uscita: un braccio verso l'alto e uno verso il basso.
Gesù in uscita non si appartiene, non guarda a sé: la sua vita, le sue esigenze, i suoi sentimenti...; i suoi progetti non riguardano se stesso.   "E' fuori di sé": così dicono i suoi parenti nel Vangelo di Marco, e senza saperlo dicono la verità più profonda di Lui.
Per questo essere in uscita, non appartenersi, Egli è Figlio del Padre, che è Amore. E il Padre lo mostra ai suoi discepoli splendente della sua luce divina. Dio è luce, dono totale. Ed è Parola: dono totale. Parola di Luce e di Vita, Parola d'Amore. Dunque "Questi è il Figlio mio, l'eletto, ascoltatelo!". E Gesù resta solo.
E' Lui che dobbiamo ascoltare. Scompaiono le visioni straordinarie, la luce e la nube, la voce dall'alto, la legge e i profeti, le paure e le emozioni entusiastiche di un momento, che ci fanno dire cose insensate.
Resta Gesù solo, la sua umanità che cammina verso il rifiuto, il dolore, la sconfitta, la morte. Resta Gesù solo, che quasi sempre lasciamo solo con la nostra indifferenza, il non-ascolto, i rifiuti, le incomprensioni, la mancanza di fiducia, la paura... E' uscito dal Padre e lo facciamo violentemente uscire da noi. Con quei fratelli e sorelle, piccoli e poveri, malati e sofferenti, socialmente irrilevanti, bambini e vecchi, fuggiaschi e perseguitati: soli, appunto. Perché noi scegliamo insensatamente l'isolamento dei nostri interessi personali, dei nostri bisogni, delle nostre paure, del nostro quieto vivere, dei nostri desideri assoluti. E siamo capaci di mascherare tutto questo con la parola amore.
"Ascoltatelo!": ascoltate il suo volto, la sua persona, i suoi gesti, le sue parole, la sua vita,  il suo dono, il suo sangue, la sua luce, il suo camminare, il suo uscire. E saremo attratti ad uscire con Lui, non senza tribolazioni e lotte, ma cominceremo ad assaporare l'Amore, che significa uscire.




mercoledì 10 febbraio 2016

Grazie, farisei!


IVAN NICOLAEVIC KRAMSKOJ, Cristo nel deserto, 1872


Mercoledì delle ceneri
Gl 2,12-18
2Cor5,20-6,2
Mt 6,1-6.16-18

Sono la nostra fortuna, i farisei, o… la nostra salvezza!
Noi che conosciamo Dio e sappiamo il Vangelo, sappiamo che i farisei sono gli ipocriti, i falsi, e quindi quando Gesù denuncia le varie forme di ipocrisia e di potere – che è la più alta ipocrisia – sappiamo che lo sta dicendo ai farisei. Erano una categoria di persone del tempo di Gesù. Insomma la presenza di questa categoria ci permette di scansare, di rendere innocue quelle pagine di Vangelo dove Gesù parla e rimprovera la loro falsità, la loro spettacolarizzazione delle pratiche religiose. Grazie, farisei. Se non ci foste stati voi… ma Gesù forse non avrebbe avuto motivo di fare certi rimproveri…  Quindi: pagine inutili per noi certe pagine del Vangelo?
Come quella di oggi, in cui Gesù mette in guardia di non fare gli ipocriti con i digiuni, le preghiere…
Infatti abbiamo deciso che il digiuno importante non è quello del cibo: è quello che Gesù ha fatto per quaranta giorni, ma noi abbiamo capito che sono altri i digiuni che valgono; quello del cibo non serve a niente, infatti è quello che non facciamo: a che serve rinunciare oggi alla pizza, alla sfogliatella, ai pranzi e alle cene, alle innumerevoli merende di grandi e piccoli? Quello che vale è il cuore!
E così anche le preghiere: non bisogna farsi vedere, basta pregare nel cuore; e poi se sto vicino a un malato (se, appunto) quello vale di più della preghiera, della messa, della confessione….  dell’ascolto della Parola. Importante è fare il proprio dovere, preoccuparsi dei figli… Quello che vale è il cuore!
Anche con le elemosine non bisogna essere ipocriti, dice Gesù. Ma, in fondo, se un altro vede e sa che faccio opere di carità, sto dando testimonianza, e la testimonianza è importante. Non è importante che gli altri si accorgano che sono credente da come parlo e da come prego e da come vivo la carità. Bisogna tacere, le parole non servono, ma far vedere e sapere che faccio attività caritative, quella è testimonianza…

Gesù dice a voi, farisei, che siete stati capaci di distorcere la Parola di Dio per far valere le vostre interpretazioni e tradizioni, che avete scambiato il servizio con la brama di potere, la pratica della fede con l’anestesia delle coscienze, la preghiera e le celebrazioni con vuoti spettacoli teatrali, la carità con ... Siete voi che pregavate con le labbra, ma il vostro cuore era lontano da Dio e dai fratelli, la vostra preghiera era lontana dalla giustizia e dall'amore ai più deboli, e lo dicevano già i profeti molto prima di Gesù.

Noi, invece, sappiamo come bisogna essere cristiani, discepoli di Gesù.
E oggi, mercoledì delle ceneri, quando il Signore vorrebbe spingerci a dare termine al carnevale, la festa delle maschere, che il Vangelo in greco chiama “ipocriti”, oggi ascoltiamo:
«Gesù disse ai suoi discepoli: “Non siate simili agli ipocriti…..”

Se non ci lasciamo smascherare dalla tua Parola, Gesù, né il cuore né la vita sapranno chi sei tu e chi siamo noi. Né in noi stessi, è negli altri ti troveremo.  E le ceneri sul capo saranno scaramanzia.


lunedì 8 febbraio 2016

E io ho paura del mare


RAFFAELLO SANZIO, La pesca miracolosa 

Come ci sorprende questo Dio che chiede aiuto… a Isaia e a Simone, due timorosi e indegni peccatori… come noi!
E come rischiamo di ascoltare la Scrittura-Parola di Dio senza accorgerci delle sue sorprese!
Purtroppo noi “persone religiose”, come Isaia e come Simon Pietro, sappiamo troppo bene chi è Dio per lasciarci sorprendere dal Dio vivente. La nostra fede cristiana è fatta di tante belle idee teologicamente perfette …  e crediamo in un Dio che ci inventiamo noi. E perciò spesso restiamo delusi. Ma, a dire la verità, anche abbastanza al sicuro. E, in fondo, è questo che ci interessa: sentirci al sicuro… ancorati nei porti delle nostre competenze umane e dei nostri fallimenti, rannicchiati nei nostri riti emotivi a ore, dentro le nostre preghiere scontate…   ma davvero siamo al sicuro?

Dove poniamo la nostra sicurezza?
Possiamo fissarla solo nella sorpresa di scoprire un Dio bisognoso, povero, che ci chiede aiuto. E che Dio è?  Un Dio che prega… me. Insomma tutto il contrario di quello che mi aspetto. È lui che deve rispondere ai miei bisogni e aiutarmi. E invece  lui  prega me, di dargli poi cosa? La mia barca: la mia vita, la mia capacità lavorativa, il mio tempo, ciò che sono e che ho. Tutto. Anche i miei peccati. E già. Lui è così bisognoso di me… che si prende tutto!

E crediamo di essere umili dicendo che non valiamo niente, che non siamo capaci, che siamo peccatori. Ma tutte queste scuse rivelano   solo il nostro orgoglio che non vuole rischiare di riconoscere che, in fondo, è vero: da Lui viene la nostra grandezza, dal suo amore, non da noi. E scopriamo che per Lui noi siamo preziosi, valiamo la sua vita! Valiamo il suo amore! Valiamo la sua missione, che Egli vuole condividere con noi.

Scopriamo che umiltà è solo lasciarci sorprendere da Dio e dalle sue richieste nei nostri confronti. Richieste che non sappiamo dove ci porteranno: in alto mare… immersi continuamente nel rischio di perdere la vita. Come Lui. Come sua Madre, talmente attenta ad ascoltare che si lasciava continuamente sorprendere da un Dio che non sempre riusciva a capire, ma che non poteva non amare e non seguire… a qualunque costo.

“Lasciarono tutto e lo seguirono”. Forse significa semplicemente che lasciarono il dio che credevano di conoscere e di possedere e seguirono quel Dio povero e rischioso che chiede aiuto. Che non garantisce la tranquillità, l’economia, il successo,  il potere, il prestigio, il quieto vivere, la garanzia dei miei interessi. Anzi  tutto questo butta in alto mare o incenerisce nei carboni ardenti del suo cuore folle…

E poi scopriamo che il mondo, dovunque e sempre, gli uomini e le donne, i giovani, i bambini, i vecchi, i ricchi e i poveri, hanno bisogno di aiuto, hanno bisogno di Lui. “Chi manderò?”

“Eccomi, manda me”. E io ho paura del mare.