mercoledì 15 agosto 2018

Un segno grandioso

L’inizio del Vangelo di Luca è collocato nel tempio di Gerusalemme e il primo personaggio che vi si incontra è un sacerdote che sta svolgendo il suo ufficio, un’azione liturgica. A quest’uomo, sacerdote, il messaggero annuncia la Parola di Dio. Ma resta deluso, non trova una risposta di fede, l’accoglienza della fede. Nel luogo sacro, nel suo tempio, Dio non trova fede, nel cuore e sulle labbra del suo sacerdote.
Delusione cocente per Dio, tanto che decide di traslocare. Di cambiare sistema. Di fare una vera rivoluzione.
Da Gerusalemme, cuore della nazione, si sposta in periferia, in un paese sconosciuto. Dal tempio, cuore della città, della fede, del culto, luogo sacro per eccellenza, unico tempio dell’unico Dio, che lui stesso ha voluto, si sposta in una semplice casa, di un paese di periferia. E invece di cercare ancora un sacerdote a cui parlare (a chi parla Dio se non ai sacerdoti?), parla a una donna! C’è da sospettare che chi scrive – il medico Luca, discepolo di Paolo – si sia sbagliato. E più si va avanti a leggere il suo Vangelo, più ci si accorge che … è uno scandalo! Dal momento che Dio entra nella casa di Maria di Nazaret, la sua casa è… la carne, il ventre di quella donna. La carne di Maria di Nazaret diventa la carne di Dio, il nuovo tempio.  Lo dirà suo Figlio, il Figlio di Dio. Dirà che il suo corpo, preso dal ventre di Maria, è il tempio, che sacerdoti e capi del popolo, con la complicità dei violenti romani, potranno anche distruggere, ma in tre giorni risorgerà… e resterà in eterno! Già, pare che il Vangelo di Giovanni e la sua Apocalisse vadano molto d’accordo con il Vangelo di Luca. Un segno grandioso vede Giovanni nella sua Rivelazione: una donna incinta, partoriente. La nuova arca dell’alleanza, sacramento di Dio.
RUBENS PIETER PAUL, La donna dell'Apocalisse

Ma quel primo capitolo del Vangelo di Luca non finisce di stupirci. La rivoluzione continua.
Maria, incinta, da Nazaret va fino a casa della sua parente Elisabetta, moglie del sacerdote incredulo, diventato muto. C’è parola là dove non ci sia accoglienza della Parola? Va per compiere un servizio, ci si insegna. Aveva detto lei stessa di essere la serva del Signore e, tanto che c’è, fa anche la serva a Elisabetta. E cresce la retorica, nella festa dell’Assunta, sul servizio di Maria, sull’umiltà di Maria, che si pone a servizio esattamente come farà Gesù nel lavare i piedi dei discepoli. Tutto vero: per i seguaci di Gesù, servire è regnare. Però, nel suo Vangelo, Luca si scorda di dire che Maria ha lavato, stirato, cucinato, fatto le pulizie… perché Elisabetta è vecchia, incinta… poveretta come avrebbe fatto senza Maria? Pare che per Luca il servizio di Maria sia un altro. È un servizio divino. È il servizio “liturgico”, ma laicale, che il sacerdote non è più capace di offrire. Ormai Dio si rende presente attraverso la carne di una donna incinta, gravida della fede assoluta nella Parola ricevuta. Attraverso Maria incinta, entra Dio in casa di Zaccaria e Elisabetta. E la prima ad accorgersi di questa gloria nascosta e abbagliante è proprio Elisabetta, l’altra donna incinta. E parla, questa donna. Ma non parla da sé. Profetizza, dopo aver ascoltato il suo ventre, là dove il bambino si è messo a danzare dalla gioia, come Davide davanti all’arca dell’alleanza. Nel ventre di Maria c’è Dio e il bambino nel ventre di Elisabetta lo riconosce e lei profetizza. Pare proprio che Dio stia esagerando.
ARCABAS, Visitazione

Ed esagera ancora di più. “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto!”.
Chissà se è lì Zaccaria, lì, ad ascoltare la moglie, ma questa è una sberla secca sulla sua bocca muta. È stato lui a non credere all’adempimento di ciò che il Signore le aveva detto, là nel tempio. Mentre quella donna di periferia ha creduto. E ora Dio sta parlando per bocca di donne incinte. E pensare che, dopo aver partorito, saranno considerate impure: povero Dio, il più delle volte frainteso, inascoltato, incompreso… tradito, da chi crede di essere esperto e autorizzato a interpretarlo!
Eccolo il servizio vero di Maria, in casa di Elisabetta. Avrà anche lavato, cucinato, pulito… ma il servizio vero, per cui Dio le ha messo in cuore la volontà di viaggiare fino a casa di Elisabetta, è la profezia, l’annuncio dell’amore di Dio che lei canta danzando:
"L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre".
Il canto di una rivoluzione divina, che mette i brividi e inebria.
Allora dobbiamo chiederci chi festeggiamo oggi: la verginella umile sottomessa e servizievole, che non ha mai pensato altro che a fare la mamma casalinga devota, o la Donna vestita di sole, guerriera vincitrice, per la sua fede e per l’amore di Dio, sulle forze del male e del potere, che grida partorendo il grido d’amore e vittoria della Croce del Figlio? Il grido del parto è il grido del suo vero servizio, che annuncia l’amore. Il grido del suo ventre aperto, segno grandioso della dignità della donna, da cui Dio parla. Come il segno grandioso del fianco aperto del Figlio. Segno grandioso del parto d’amore che è la dignità di Dio, unica gloria di ogni donna e di ogni uomo.

giovedì 14 giugno 2018

Non ci basta


JUAN DE JUANES, Ultima cena, sec. XVI

Solennità del Corpo e Sangue di Cristo

Certo, le famiglie ebree celebravano la pasqua in una sala addobbata. Perché quando è festa anche gli addobbi dicono la bellezza, la solennità, la gioia. Ma la vera bellezza era la famiglia riunita che viveva intensamente il mistero dell’amore di Dio manifestato nella liberazione e nella salvezza del suo popolo, il suo figlio primogenito. Così anche Gesù accoglie l’offerta di una sala già addobbata per la festa e lì va a celebrare la pasqua con i suoi, la sua famiglia non unita da legami naturali di sangue, ma dalla sua parola. Lo aveva detto, un giorno, lasciando molto perplessi gli uditori, soprattutto i suoi parenti: “ Chi ascolta la mia parola e la osserva è per me fratello, sorella e madre” (cf Lc 8,21). Con questa famiglia Gesù celebra la pasqua, l’ultima finché non sarà trasformata – è solo questione di ore – nella pasqua del regno, l’alleanza ultima, eterna.
Ed è alla fine che si consegna l’eredità, il testamento. L’eredità è lui stesso. Il testamento è lui stesso. Per sempre. Il suo stesso corpo offerto, sacrificato, come quello degli agnelli nel tempio. Il suo stesso sangue, versato, sparso dall’odio e dalla violenza, dall’ingratitudine e dal tradimento, dalla gelosia e dall’ingiustizia, quel sangue è il dono totale, perfetto, è il TUTTO donato, è la vita trasfusa nella morte dei suoi discepoli, di allora, di oggi, di sempre. Per renderli vivi. Per sempre.

Nella stanza addobbata a festa per la pasqua, tutto questo si compie, davanti a discepoli stupiti e inconsapevoli, incapaci di comprendere. Insomma… loro stavano aspettando qualcosa di grande: era la pasqua, dunque il momento opportuno per fare qualcosa di straordinario davanti alla folla giunta in città per la festa. Il momento di dimostrarsi messia re, consacrato di Dio, liberatore potente del suo popolo oppresso, Dio vincitore sui nuovi faraoni, vendicatore dei nemici di sempre.
In tutto il racconto di quella cena, anche se Marco e Luca parlano di sala arredata, nessuno mostra quegli arredi, nessuno li descrive. Tutto è concentrato sui gesti e le parole di Gesù, troppo sublimi e troppo umili – solo ciò che è umile è sublime - per essere compresi. Soprattutto gesti e parole non attesi, non desiderati.
Altri, appunto, erano le attese e i desideri. Ma Gesù non capisce. Tante volte – quasi sempre – abbiamo attese e desideri, facciamo richieste anche esplicite. E restiamo delusi: Dio non ci ascolta. Ha altro da darci, ma spesso non ci interessa e non lo capiamo. Nel racconto dell’ultima cena, Gesù e i suoi, pur celebrando lo stesso rito sacro della pasqua, pur condividendo la stessa cena, gli uni accanto agli altri, pare siano in due mondi diversi. Mai come in questa scena è palpabile, pesante, dolorosa la distanza tra loro. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”: da molti secoli così si era espresso Dio per bocca di Isaia (55,8). L’incomprensione dei discepoli e di tutto il popolo alla fine si esprimerà nel gesto più estremo: nello strazio del corpo ucciso violentemente e del sangue sparso. Proprio questa violenza perpetrata dall’odio e permessa dalla paura e dall’indifferenza, violenza che Gesù consapevolmente attende, è già trasformata, durante la cena, nell’offerta d’amore più straordinaria e incompresa.
Incompresa allora e ancora oggi, perché non possiamo neanche lontanamente sospettare che una violenza estrema dell’odio possa essere trasformata nel più libero e sublime atto di amore. La violenza subita una volta trasformata in atto di amore perenne, continuato, fedele per sempre.

E ancora non compreso. Non è, ancora oggi, ciò che noi ci attediamo da Dio. E anche quando andiamo a messa, a fare la comunione, a portare in processione il pane eucaristico, lo facciamo per chiedere ciò che desideriamo noi, non ciò che vuole darci lui.
Noi stiamo attendendo gesti di potere, spettacolari. Che compiano finalmente le nostre piccole attese quotidiane, che ci permettano di raggiungere le nostre brevi mete, di realizzare i nostri piccoli successi. Piccoli, a breve termine, ma esaltanti, spettacolari. Perché a noi interessano gli arredi. In fondo gli arredi sono quelli che dicono chi siamo. La corsa agli arredi, agli spettacoli danno significato a battesimi, prime comunioni, matrimoni… perfino funerali. E fanno la differenza.
E fiori, tappeti, musica, carrozze e limousine e elicotteri, ostensori e tovaglie e paramenti preziosi, e luminarie e fuochi d’artificio….
Noi persone, famiglie, cittadinanze, comunità ecclesiali abbiamo bisogno di visibilità e successi. Abbiamo bisogno di spettacoli per dire chi siamo e quanto valiamo e ottenere attenzione, riconoscimenti, rispetto, successo. Altrimenti che vale la vita? Chi siamo in questa società? L’amore è fondamentale nei manifesti, nelle canzoni, anche negli spettacoli e nei discorsi… ma poi dura quel tanto… Abbiamo bisogno di cose concrete! E Dio ci può essere molto utile per raggiungere quei primi posti che soli ci  permettono di esistere. Ci può essere molto utile anche per vincere le battaglie politiche. Anche la chiesa può essere uno spazio di visibilità e di successo…
                                                                  
Ma l’Amore è un pezzo di pane spezzato e un vino versato per tutti, tutti povere persone soggette a tante morti, ma amate dalla Vita, rese fratelli e sorelle, famiglia da quel pane spezzato e da quel vino versato, da quel corpo umiliato e sacrificato e da quel sangue sparso. Per Amore. Un Amore tale che si sottomette all’odio e lo vince irrimediabilmente, con una pazienza inconcepibile, infinita.
Ma è solo pane e vino. Troppo poco, troppo invisibile, troppo nascosto. Troppo amore. Solo Amore. Senza oro, senza spettacolo, senza successo.
Solo Amore che rende tutto vero oro, preziosa e invincibile la Vita. Una vita finalmente resa capace di dono, di amore sofferto e gioioso.
E a noi non basta.

venerdì 30 marzo 2018

Dopo


PHILIPPE DE CHAMPAIGNE, Ultima cena, 1602
Pasqua 2018

Capita spesso di voler capire subito.
Mentre il cuore e la mente umani sono fatti per capire dopo.
Dopo aver studiato.
Dopo aver riflettuto.
Dopo aver cercato.
Dopo aver visto e sperimentato.
Dopo aver camminato e sofferto.
Dopo aver pianto
e amato.

"Prendete, mangiate: questo è il mio corpo dato per voi. Prendete, bevete: il mio sangue versato per voi".
Mi stupisco che gli apostoli non siano fuggiti ascoltando parole così inaudite.
Come capire? Cosa?

Poi, ancora un gesto più incomprensibile, scandaloso.
E Simon Pietro esplode: "Tu questo non lo farai mai! Non mi laverai i piedi in eterno!".
Non aveva capito la questione del corpo e del sangue, ma qui cosa c'è da capire?
Lavare i piedi si capisce subito: lavoro da schiavi.

"Tu ora non capisci, capirai dopo".

ANONIMO VENETO, Lavanda dei piedi, sec XVII
Quando dopo?

Ha lavato i piedi: lavoro da schiavi.
Dopo è sulla croce: supplizio da schiavi.
"Padre, perdonali".

Là nella casa di Caifa, seduto tra i servi, Pietro non aveva più riconosciuto il suo maestro, l'amico per il quale voleva morire. Ed era sincero quando aveva detto: "Darò la vita per te". Ma poi non aveva più capito. Non lo riconosceva più. E neppure riconosceva più se stesso come discepolo di quel Galileo.
Dopo, Gesù lo aveva guardato, e il gallo aveva chiamato la luce.

Dopo alcuni giorni, dopo la paura, il buio, la fuga, il pianto, la delusione...
"Simone, mi ami?".

Dopo, l'amore si rivela.
Al contrario di come lo immagini
o aspetti.
Dopo, l'amore è ancora vivo.
E crede in te.

Ed è sempre lui:
quando mangi il suo pane spezzato
quando ti inginocchi a servire i piccoli
quando dalla croce piove il perdono.


Sia per tutti una vera Pasqua


domenica 14 gennaio 2018

La ricerca


MARKO RUPNIK, Maestro, dove abiti?

II domenica T. O.
Gv 1,35-42

Si somigliano molto l’inizio della Bibbia – che è l’inizio del libro della Genesi – con l’inizio del Vangelo di Giovanni, anche se diversi secoli separano i due autori. Ambedue i libri iniziano con il riferimento al “principio” e, se si legge in profondità, se si ascolta non solo con le orecchie, si intuisce che non si tratta del principio della storia o di una storia; sembra piuttosto un “principio” vitale, come un seme o una radice. Un cuore. Un volto. Il cuore e il volto che è Dio. E poiché Dio è impossibile all’uomo vederlo, Egli crea un modo per farsi trovare e vedere. Nel libro della Genesi, Dio imprime la sua stessa immagine nell’uomo e nella donna, perché non sia difficile o impossibile l’incontro… e l’amore. Nel Vangelo di Giovanni, Dio stesso diventa carne umana. Ormai nessuno più può dire che Dio non si vede.
Eppure l’incontro non sarà mai scontato. Perché la persona non è scontata. Né l’uomo, né Dio. E l’amore non è scontato. Ciò che è scontato ci passa davanti senza che ce ne accorgiamo.
L’amore è attrazione e desiderio, è decisione di dono e di dedizione, è passione di conoscenza e di comunione. L’amore è “principio” di vita. E quel “principio” ha il sapore e la melodia della ricerca, della domanda.
Nel libro della Genesi, è Dio, il creatore, che cerca l’umanità. La prima ricerca è scritta proprio nella creazione e nella gioia del creatore che ne contempla con amore la bellezza. Ma poi la domanda diventa “parola” di desiderio: “Dove sei?”.
Dio cerca l’umanità che ha perso se stessa e Dio. E la domanda non attende una risposta per Dio, ma per l’umanità stessa. Se non so dove sono, se non conosco e non trovo me stessa, non troverò nessuno: né donna o uomo, né Dio. “Dove sei?”: la domanda dell’amore che mi permette di sentirmi viva, desiderata, amata. Il dolore infinito è non avere nessuno che mi cerca. Solo quando mi sento cercato, posso cominciare a sapere dove sono, e chi sono, fossi anche precipitato nella valle delle tenebre.
E posso, a mia volta, cominciare a cercare: me stessa, e l’uomo e la donna, e Dio. Ed è il principio della vita. Cercare per amare, perché solo l’amore è vita. Il dolore infinito è non cercare me stessa, né Dio, e nessuno.
E anche all’inizio del Vangelo di Giovanni, una domanda: “Che cercate?”.
È sempre Dio, in Gesù, che interroga, ma stavolta è l’umanità che è in ricerca.
L’umanità cercata da Dio, ora cerca… che cosa? La domanda di Gesù ai due discepoli di Giovanni, che hanno cominciato a seguirlo, è davvero il principio, la radice, perché noi siamo ciò che cerchiamo.
Oggi a noi Gesù ripete la domanda essenziale: “Che cercate?”.
Forse questa domanda ne contiene un’altra, più radicale: “Siete cercatori?”. Solo i morti non cercano più nulla. “E che cercate?”. Da cosa o da chi cerco dipende la mia vita e anche la vita degli altri.
La ricerca indica una fame, una sete, di felicità, di vita, di amore, di senso. Sarà per questo che Gesù dice che sono beati i poveri. I poveri sono sempre alla ricerca. È la sazietà il grande rischio. Il ricevere tutto prima ancora di averlo cercato è il grande rischio. Tutto diventa insignificante e vuoto e non dà alcuna gioia. La ricerca è scomoda e affascinante, movimento interiore e fisico; è fatica, impegno, lotta. Lotta con se stessi anzitutto. E conduce a una scoperta sempre nuova di senso, a un amore sempre più profondo. Per questo, i discepoli a cui Gesù chiede “Che cercate?”, rispondono con un’altra domanda: “Dove abiti, maestro?”.
Chiedere “dove abiti?” significa cercare un’intimità con l’altro, con Colui che è l’oggetto ultimo della ricerca: Colui che solo può colmarci di senso e insieme alimentare il desiderio.
Chiedere a Gesù “dove abiti?” significa chiedere “chi sei?, dov’è il tuo cuore?”. La risposta di Gesù non è un indirizzo, ma un invito a seguirlo, a muoversi, a camminare. Egli non è una risposta statica, morta. La sua risposta invita a continuare la ricerca, ad approfondire l’incontro in un cammino sempre nuovo. Perché Dio non è un idolo di pietra o di legno, non è un’ideologia, non è una legge, ma è il Vivente. E la Vita è nuova ogni giorno.
E andarono con lui, e videro e rimasero. Dopo molti decenni da quell’incontro, l’autore annota l’ora di quell’esperienza di amore, di vita, di gioia: erano circa le quattro del pomeriggio. L’ora di Dio nella vita dei due cercatori. E da quell’ora – è ciò che scopriamo nell’ascolto del Vangelo – la loro vita fu una continua ricerca e scoperta, fu una crescita continua nel cammino del dubbio e della fede, della conoscenza di Dio, del suo amore, che si rivela come dono, accolto e offerto.
Cominciarono a quell’ora ad abitare con Gesù, che però – al contrario delle volpi che hanno le tane - non ha dove posare il capo, non ha casa. Hanno cominciato ad abitare con Lui per scoprire ogni giorno che Egli abita nel cuore di Dio e cerca casa nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Abitare con Lui, dunque, significa abitare il suo amore, il suo cuore. Mentre mi invita ad abitare con Lui, mi chiede di entrare da me, come lo chiese a Maria di Nazaret, e trovò casa.
E abitando con Lui, anche la mia vita trova senso: diventare dono.

mercoledì 20 dicembre 2017

Bambino nella mangiatoia

Gerard van Honthorst, Adorazione dei pastori, 1622

Bambino nella mangiatoia,
Tu Parola dal silenzio aprici all’ascolto del mistero.
Tu Stella nelle tenebre apri i nostri occhi stanchi alla luce.
Tu Debolezza di Dio apri il nostro cuore di pietra alla tenerezza.
Tu Bellezza di carne attira e incanta i nostri sguardi distratti.
Bambino nella mangiatoia,
il tuo pianto
riveli e risvegli la fame alla nostra sazietà di nulla,
ci svegli dall’intorpidimento della noia,
ci richiami dalla fuga della disperazione,
disturbi e scuota la nostra ripetitività senza senso.
Ci costringa a inventare la vita,
a uscire in cerca dell’amore.
Bambino nella mangiatoia,
Dio fatto carne dall’immacolata carne della Donna
fecondata unicamente dall’Amore,
Uomo nella nostra carne umiliata e ferita dal male,
come ogni carne partorito nella gioia e nel dolore.
Bambino nella mangiatoia,
Pane per gli affamati,
Dono per i poveri,
Dignità per gli ultimi della terra,
aspetti in silenzio chi non ti attende.
Bambino nella mangiatoia,
venuto a cercare gli ultimi e i primi,
fa’ che ti riconosciamo e ti amiamo
nella fragilità e nella ricchezza di ogni carne umana,
ritrovando la luce da ogni piccola speranza,
la gioia da ogni briciola di amore 
ricevuta e donata.


Auguro di cuore un Santo Natale e un Buon Anno 2018

domenica 18 giugno 2017

Spiazzati dall'esagerazione


PHILIPPE DE CHAMPAIGNE, Ultima cena, 1602


Solennità del Corpo e Sangue del Signore
Dt 8,2-3.14-16
Sal 147
1Cor 10,16-17
Gv 6,51-58


Già. A me sembra che l’Eucaristia sia l’esagerazione di Dio. E forse proprio per questo non ci crediamo molto. Anche perché in questioni di religione, come in tante altre cose, ci sentiamo noi protagonisti. Insomma siamo noi che diciamo a Dio di cosa abbiamo bisogno e che cosa dovrebbe fare, quando vogliamo incontrarlo, pregarlo e quando non ce la sentiamo.  Perché la religione è una questione sociale, qualcosa che l’umanità si dà e gestisce. La religione è qualcosa che facciamo noi, cioè ci diamo degli idoli. Il più delle volte la nostra religione è l’idolatria: Dio a nostra immagine e a nostro servizio.
Gesù di Nazaret, invece, come già il Dio di Abramo e di Mosè, sfugge e sovverte le regole di una religione prodotta dal pensiero e dai bisogni umani. Gesù di Nazaret, che si dice Figlio del Dio di Abramo, è una persona, non il prodotto delle nostre menti e delle nostre arti. E ci si presenta come unica possibilità di vita vera per gli uomini e le donne di ogni tempo. Dice di essere la vita. E in quanto tale ama esageratamente e si dona esageratamente a coloro – tutti – che sono segnati dal limite della morte, di ogni forma di morte. Non ci chiede il parere. Non ci chiede neppure se sentiamo di avere bisogno di tanto amore e di tanto dono.
A dire la verità, tanta è la sua determinazione nell’offrirci questo dono esagerato, nell’insistere perché accettiamo di riceverlo, che forse la verità più vera e impensabile è che l’esagerazione assoluta sia il suo desiderio incommensurabile e incomprensibile di donarsi a noi, di condividere con noi quella pienezza di vita che gli appartiene. Spero di non esagerare anch’io, ma a me pare che abbia più bisogno lui di amarci di quanto noi sentiamo il bisogno di essere amati. Infatti facilmente noi facciamo a meno di incontrarlo e di mangiarlo, ma Lui non fa mai a meno di diventare carne e pane e sangue e vino per legarsi indissolubilmente a noi.
“Io sono il pane vivo disceso dal cielo”. Per Israele il pane vivo è la Parola di Dio, alimento indispensabile per la vita umana. Ma quella Parola, ci viene annunciato nel Vangelo, si è fatta carne, in Gesù.In quella carne è passato attraverso la morte ed è risorto. La sua carne è viva, per sempre vivificata dallo Spirito. Perciò lui, Dio fatto carne, è il pane vivo. Perciò può insistere: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Da qui il suo desiderio di essere mangiato da noi, per rimanere in noi e perché noi rimaniamo in lui. Insomma non si tratta altro che di diventare una sola carne con lui, come gli sposi. Già. Tutto il desiderio incontenibile di Gesù non è altro che quello di amarci in un rapporto sponsale totalizzante.
E ciò che ci spiazza è proprio l’esagerazione di non lasciarsi condizionare o ostacolare da nulla. Neanche dalla nostra superficialità, incomprensione, distrazione o peccato. Di fronte alla sua decisione assoluta di farsi nostro cibo, di condividere pienamente la sua vita con noi, di amarci senza limiti, noi spesso siamo attratti da altri interessi e altri bisogni, crediamo che non sia così indispensabile mangiare il suo pane, ci sentiamo indegni, impreparati, disturbati, non ci sentiamo nella disposizione giusta…
E lui non si stanca da secoli, in ogni angolo della terra, di ripetere: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Testardo e esagerato questo Dio fatto carne e pane, Gesù di Nazaret.

Quando per la prima volta disse quelle parole ai suoi discepoli, c’erano Pietro e Giovanni e Giuda Iscariota e tutti gli altri. Un terribile disagio li assalì. Incapaci di comprendere l’amore, quello senza condizioni e senza misura. Esattamente come noi. Poi quell’annuncio divenne realtà nell’ultima cena, prima della sua passione, nella notte del tradimento. E forse vissero un disagio più doloroso. Non ci capirono più nulla. Ma a lui non interessava che capissero. A lui interessa solo donarsi, e che noi accettiamo il dono. E così anche la nostra vita, con tutto il suo limite, nutrendosi della Parola fatta Carne e Pane, può cominciare e ricominciare a diventare dono, pane spezzato, servizio, annuncio e testimonianza di amore. 

domenica 28 maggio 2017

Quando è ora?


LAURA BRANDOLI, Alba chiara

Ascensione del Signore
Atti 1,1-11
Sl 46
Ef 1,17-23
Mt 28,19-20

Da bambini il tempo non passa mai. E ti stanchi di aspettare… la festa… l’arrivo di un amico… il regalo… il gelato… E non vedi l’ora di diventare grande. E poi, da giovane, non vedi l’ora di passare l’esame, di laurearti… di trovare lavoro… di sposarti… la nascita di un figlio…
Quando è ora?
Da adulto continui a ripeterla questa domanda. La vita è fatta di attese. Chissà, forse è la domanda che ci facciamo più spesso: quando è ora?
C’è nella Scrittura: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11). L’attesa più grande, come una sete, è l’attesa del giorno, lo sanno i malati. L’attesa della luce. Perché troppo spesso è notte nella vita. Nonostante tante gioie, tante soddisfazioni, tante mete raggiunte… ne restano sempre tante desiderate… rincorse… e che sembrano sempre così lontane. Tante le frustrazioni, gli impedimenti…. Restano i desideri e le mete più importanti, quelli che sentiamo come il vero frutto della vita, quelli che danno senso alla vita, quelli che danno pace al cuore, e gioia profonda. Sono le risposte alla speranza di vita, di pace, di salvezza non solo per noi stessi, ma per la famiglia che amiamo, per la chiesa a cui apparteniamo, per la società in cui viviamo. Quante paure! E quanti desideri, quante attese, quante lotte che sembrano senza risultati, senza frutti, senza risposte… e cresce la sete, l’attesa… Quando è ora?

È la domanda che i discepoli fecero a Gesù nell’ultimo incontro con lui in Galilea, là dove tutto era iniziato: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?”. In fondo erano andati dietro a lui con questa attesa: che lui ricostituisse il regno di Israele. E il frutto atteso di questo regno era lo shalom: la pace quella vera fatta di libertà, di vita, di senso, di benedizione, di realizzazione, di relazioni serene, di comunione vera.
Avevano visto crocifisso e sepolto Colui nel quale avevano sperato e i due che andavano sconsolati verso Emmaus avevano smesso di sperare. Ma Lui era tornato, vivo di una vita nuova, piena e invincibile, feconda di pace. Era dunque quella l’ora? Finalmente era giunta?
Ma la risposta di Gesù, che in fondo conferma di essere venuto a realizzare questo regno, lascia… con il cuore in attesa. Ancora. È una risposta misteriosa.
“Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”.
Occorre ascoltare profondamente questa risposta. Pare che Gesù ci metta – noi suoi discepoli – di fronte a un mistero che non è solo il volere del Padre, ma un mistero che chiama in causa la nostra stessa volontà, la nostra vita e la risposta che siamo disposti a offrire. Il mistero della volontà del Padre si mescola e impasta con la nostra risposta. Non era accaduto così con la vita e la risposta di Gesù di Nazaret alla volontà del Padre?
Ai discepoli di allora e a noi discepoli di oggi – che rischiamo, come quelli di Emmaus, di sopire la speranza, di non attendere più – viene l’invito, in questa festa\mistero dell'Ascensione, a non stare con il naso all’’in su ad attendere segni dal cielo, perché anche se è salito al cielo, il Risorto, Dio fatto uomo per sempre, seduto alla destra del Padre, continua a camminare sulla terra. Ha il volto delle donne e degli uomini che camminano sulla terra oggi, in mezzo alle gioie, ai dolori, alle attese, alle speranze, alle delusioni, alle lotte, alle sconfitte, all’amore e all’odio, alla solidarietà e alle guerre, alle generosità e agli egoismi. E ha il mio volto. La mia voce. Le mie mani. Di ciascun discepolo e discepola. Per continuare a lavorare perché giunga il suo regno di pace, di bellezza, di giustizia, di verità, di gioia.
Alla domanda “Sentinella, quanto resta della notte?”, Isaia aveva risposto: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!” (Is 21,12).
Alla domanda dei discepoli Gesù risponde che lo Spirito – se lo accogliamo – ci renderà capaci di testimoniarlo dove siamo e dove siamo inviati, fino ai confini della terra. Spesso questi confini, i più lontani, sono dentro di noi. Dentro di noi discepoli. Ma intanto cominciamo ogni giorno a testimoniarlo, in noi e per gli altri.
Quale sia la testimonianza, Gesù ce lo chiarisce nel Vangelo di Matteo, in questa festa dell’Ascensione: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Il suo comando è la testimonianza di un annuncio corredato di amore. Amore agli altri. Ma anche a noi stessi. Sì, possiamo amarci. Perché siamo amati da Lui. Nonostante tutto: limiti, problemi e peccati. No, no nonostante. Ma proprio là, nei nostri limiti, problemi, contraddizioni, sconfitte, siamo amati. E proprio attraverso i nostri limiti, problemi, contraddizioni, sconfitte, possiamo testimoniare un annuncio di vita, di speranza, di amore. Non ci ha forse amati mentre era sulla croce? Più limitato e sconfitto di così! Ma l’amore ha sconfitto la potenza del dolore e della morte. “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
E allora, quando è ora? Forse è già questa l’ora.

venerdì 14 aprile 2017

Pensieri di un asino


Pasqua 2017

Porto sempre dei pesi, perciò mi chiamano bestia da soma.
Abito in un uliveto, dove c’è una grotta nella quale schiacciano le olive per fare l’olio.
A seconda delle stagioni, porto olive per fare olio, o uva per fare vino, o grano per fare farina. A volte porto anche l’acqua. Qualche giorno fa ho portato acqua in città, ma poi mi è capitata una cosa bellissima: ho portato Gesù. 
TEOFANE CRETESE, Entrata di Cristo in Gerusalemme, 1567

L’ho portato in città ed è scoppiata un festa straordinaria: mi hanno vestito di mantelli e Gesù è salito sopra, e la gente lo acclamava come un re. Veramente i re vanno sui cavalli… lui invece stava su di me! E mi hanno fatto camminare su un tappeto di rami di palma e mantelli. Qualcuno di quelli che comandano l’ha presa male, ma c’era una gran folla che faceva festa a Gesù… e io mi sono sentito … quasi importante come un cavallo…
Poi sono tornato all’uliveto e alcune sere dopo è venuto Gesù con i suoi amici, ma ne mancava uno. Alcuni si sono fermati nella grotta e parlavano di quello che era successo durante la cena: ho sentito che Gesù aveva dato loro il pane dicendo che era il suo corpo e il vino dicendo che era il suo sangue! Loro dicevano di non capire quella cosa, figuriamoci io! E un’altra cosa li aveva sconvolti: Gesù aveva lavato i loro piedi sporchi, come fa di solito lo schiavo di casa.
ANONIMO VENETO, Lavanda dei piedi, sec XVII

 Ma non è possibile, forse ho capito male! Altri di loro si sono seduti sotto gli ulivi e Gesù è caduto a terra, sembrava non avesse la forza di stare in piedi e pregava e sudava e sembrava molto stanco, più di me quando porto tanti pesi in un giorno… Se avessi potuto aiutarlo… ma quale peso lo schiacciava da farlo stare cosi? E il suo sudore bagnava la terra sotto il suo corpo, proprio lì vicino a quella grotta dove schiacciano le olive con una grande pietra e scorre l’olio…
Poi ha detto ai suoi che quelli che comandano stavano per venire ad arrestarlo! Ma come, se lui era il re qualche giorno fa! I suoi amici hanno cominciato a dire che lo avrebbero difeso con le spade e gli dicevano di fare un miracolo per fermare i nemici, vincerli, ma lui ha detto che non avrebbe mai usato violenza e li ha rimproverati. Era duro e deciso. Ha fatto come faccio io quando mi pianto testardamente sulle zampe e non mi muovo. Proprio deciso e testardo. Ho pensato che mi somigliasse un po’… ma forse non dovrei. E comunque ha proprio voluto aspettare e sono arrivati. Con quelli c’era l’amico che mancava e mentre lui baciava Gesù, lo hanno preso, legato e portato via violentemente. Ero spaventato, come i suoi amici che se ne sono andati.
Il giorno dopo portavo vino in città e pensavo a quello che avevo sentito dagli amici di Gesù, che il vino era il suo sangue… e all’improvviso ho visto una cosa terribile: Gesù coperto di sangue portava una trave di legno e non riusciva a camminare, come quando caricano troppo peso su mia madre, che non è giovane come me e fa più fatica. Ma noi siamo bestie da soma, lui è Gesù!
TIZIANO VECELLIO, Cristo porta la croce, 1565

E lo picchiavano con una specie di frusta, come fanno con me certe volte. Sì, ho pensato ancora che Gesù mi somigliava, o che io somiglio a lui… E poi tutto quel sangue, rosso come il succo che esce dall’uva schiacciata… come il vino… Il mio padrone piangeva e anche io e abbiamo seguito Gesù. Fuori città lo hanno crocifisso ed è morto. Alcuni suoi amici lo hanno messo dentro una grotta e l’hanno chiusa con una pietra, come quella per fare l'olio.
Ho pensato: non vedrò più Gesù… non verrà più nell’uliveto… non lo porterò più in città…
Che strano re… Sono un povero asino e non posso capire, ma a Gesù voglio bene. La sua mano era dolce sul mio dorso, mentre lo portavo.
Poi oggi il mio padrone ha lasciato salire su di me un pellegrino stanco e la sua mano era dolce su di me. E nel mio cuore di asino si sono annodati dei pensieri, mentre entravo a Gerusalemme: Gesù era come me, un animale da soma, perciò ha fatto lo schiavo lavando i piedi e come uno schiavo è morto. E anche il grano, l’uva, le olive sono stritolati e schiacciati per servire alla vita delle persone.

E io sono una bestia da soma che è felice di servire alla felicità di questo pellegrino. Siamo arrivati e il pellegrino è sceso. E il mio cuore impazzito l’ha riconosciuto: era Gesù. Vivo. E ferito. Felice. Il Re. E io sono suo amico, un puledro di asina.
MATTHIAS STOMER, Cena di Emmaus,  sec XVII


AUGURI PER UNA SANTA PASQUA DI RISURREZIONE IN CRISTO RISORTO!

lunedì 20 marzo 2017

Preghiera della sete


M. RUPNIK, Samaritana al pozzo

III domenica di quaresima A
Es 17,3-7
Sal 94
Rm 5,1-2.5-8
Gv 4,5-42



Mezzogiorno.
L’ora della solitudine e dell’arsura, sotto il sole cocente.
C’è un pozzo.
Non proprio vicino,
ma che io sappia è l’unico.
Con la mia sete e la mia brocca vado in cerca
di un’acqua che possa lenire la mia sete.
Sorprendente.
Tu, straniero, mi chiedi da bere.
Quando la gola arde, e anche il cuore,
quasi sempre ti vedo straniero, Signore.
In più assetato, anche tu,
in un deserto di assetati
in un lungo mezzogiorno
lungo da questo monte all’altro
dove ti disseterò di aceto…
e sarà notte.
“Se tu conoscessi il dono di Dio…”
Credevo di conoscerlo
su questo monte, nella mia casa, nella mia fede
al pozzo che io sono
ma la sete…
che acqua puoi darmi tu assetato?
E io ho la brocca, io attingo, io cerco, io lotto.
E sempre torno al pozzo, e sempre sete,
e sempre solitudine e gola arsa e cuore vuoto.
Non mi inganni anche tu, uomo,
promettendomi un’altra acqua?
Quale che non conosca?
E perché serve un marito per avere l’acqua?
Ma chi sei tu, profeta?
Come sai delle cisterne screpolate
alle quali ho creduto di saziarmi e mi hanno prosciugata?
Tu solo, profeta straniero,
- straniero per me è l’amore –
chiedi l’acqua del mio pozzo
e mi offri la tua sorgente…
e cade la brocca dalle mie mani,
diventata inutile la superba brocca ormai,
nel cuore una fontana gorgoglia
che non posso contenere.
Non temo più di incrociare sguardi di uomini,
mentre alle spalle sento il sorriso del tuo cuore dissetato
dalla mia sete saziata,
sguardi affamati e deridenti
o sguardi sorpresi e sospettosi
come quelli dei tuoi discepoli
forse disturbati e un po’ gelosi che tu parli con una donna.
Comprenderanno quando nel nuovo giardino
cercherai la donna, un tempo anche lei straniera ora sposa,
per colmarla della tua gioia nuova eterna
perché la condivida,
lei dal cuore finalmente saziato
lei degli apostoli apostola,
con i tuoi fratelli?
Ormai saziata, io stessa sorgente,
liberata dalla vergogna della mia sete umiliata,
corro dai miei fratelli.
Conosco la loro sete segreta.
“Ho trovato uno che mi ha detto tutto quello che ho fatto”.
E dunque non sei più straniero
tu che conosci me donna
me umanità assetata
venduta a comprata dalla sete del cuore e del corpo
della mente e dei sensi.
Non sei più straniero
tu che mi conosci senza fame e senza disprezzo,
assetato di dissetarmi
non padrone ma sposo,
saziato da una volontà d’amore
che è puro dono
che non afferra ma libera
che arderà ancora di sete
del nostro aceto,
finché sgorghi dal tuo cuore
la sorgente che per sempre sempre di nuovo guarisce
con un’onda che ristora e infiamma
tua Madre e le donne
il discepolo amato e quelli in fuga e raggiunti
e me donna un tempo straniera
ora sposa discepola-missionaria.

domenica 8 gennaio 2017

Proprio in fondo


Battesimo di Gesù, icona del X sec.

Il fiume Giordano. Il luogo più basso della terra. Dove coloro che riconoscono la propria fragilità e debolezza vanno a immergersi per essere risollevati dalla speranza che Dio è vicino. E infatti anche Gesù, uomo di Nazaret, sconosciuto al popolo del Giordano, manifesta l’intenzione di scendere e ne spiega il motivo al Battista: “Conviene che adempiamo ogni giustizia”. La giustizia di Dio si manifesta nel suo scendere là dove è l’umanità fragile, debole, segnata dalla morte fisica e morale, ferita dall’ingiustizia, dalla divisione, dall’odio. Là l’uomo Gesù, uno qualunque per tutti, ma non per Giovanni, sceglie di scendere, perché la giustizia di Dio ha carne in lui. E la giustizia di Dio è comunione, partecipazione, condivisione, solidarietà, amore. E va ad offrire tutto questo, anzitutto, a chi ne sente fame e sete, a chi fa l’esperienza del battesimo nel Giordano, per esprimere la consapevolezza di non bastare a se stesso; a chi cerca disperatamente un senso a tutto ciò che sembra non avere senso, un senso ad una vita che spesso sa di fiele e sembra negare ogni speranza.
Gesù scende nel Giordano per vincere il potere del diavolo, dice Pietro negli Atti degli Apostoli. Sì, il diavolo lavora per annegarci, per toglierci ogni amore e ogni speranza, per dividerci e sprofondarci in una solitudine mortale. Là in fondo, dove rischiamo di annegare nella morte, Gesù scende per offrirci l’esperienza della rinascita: come un neonato esce dalle acque vivificanti della madre terra, come era uscito dalle acque del seno di sua madre. E poiché è sceso per amore dove vivono i suoi fratelli e le sue sorelle in umanità, poiché non si vergogna di loro e della loro fragilità e del loro dolore e del loro peccato, sulla sua umanità scende lo Spirito, la tenerezza amante del Padre. Poiché ha scelto la più radicale comunione con l’umanità, ritrova – l’uomo Gesù – la più assoluta comunione d’amore Trinitaria. Ma il Padre di ogni giustizia non offre la sua carezza solo al Figlio amato. La offre anche a noi, facendocelo conoscere. Presenta e offre a noi il Figlio della sua gioia. Il Figlio suo che è anche Figlio dell’umanità è la nostra speranza. Colui che è la gioia del Padre è anche la nostra gioia. È sceso dove noi siamo per essere con noi per sempre. Condivide la nostra fragilità, per condividere con noi la sua vita. E la nostra vita trova senso anche in mezzo a tanti segni di morte, dove possiamo vivere la solidarietà e l’amore. La comunione con l’umanità e con Dio.

In questa festa del Battesimo di Gesù si conclude il tempo di Natale, che è il tempo in cui celebriamo la gioia di Dio che sceglie di amarci fino in fondo. E ricominciamo a sperimentare la nostra gioia di imparare ad amare.

venerdì 6 gennaio 2017

Nessuno escluso dalla Luce

ANTONIO BALESTRA, Adorazione dei magi

Solennità dell'Epifania
Is 60,1-6
Sl 71
Ef 3,2-3.5-6
Mt 2,1-12

Davanti ai grandi della terra e anche nelle nostre società, sono tanti gli esclusi: i poveri, i piccoli, i vecchi, i malati, gli immigrati…
Quelli che, invece, il Vangelo recupera. Quelli verso i quali pare che lo sguardo e le attenzioni di Dio si posino per primi. Ma credo che commettiamo un grande errore quando arriviamo a pensare che Dio escluda o emargini quelli che nella nostra società sono i privilegiati, gli emergenti. Ad ascoltare con attenzione il Vangelo, ci si accorge che Dio non esclude nessuno, non emargina e non rifiuta nessuno. Solo gli uomini possono emarginare e rifiutare Dio, ma non si dà il contrario. Però ci capita di applicare a Dio i nostri stessi atteggiamenti, le nostre reazioni e scelte. Noi siamo gente di parte: di solito stiamo con i ricchi e i potenti. Se poi ci capita una crisi di coscienza, è facile che stiamo con i poveri e gli emarginati e rifiutiamo i ricchi e i potenti. E pensiamo che Dio faccia lo stesso. Ma, sorprendentemente, il Vangelo ci dice che non è così.
Certo, dopo gli sconosciuti Maria e Giuseppe di Nazaret, i primi che Dio cerca per offrire la gioia della nascita di suo Figlio, il Bambino nella mangiatoia salvezza del suo popolo, sono gli emarginati e sconosciuti pastori. Per loro Dio scomoda le schiere celesti.
Ma nella festa di oggi, il Vangelo ci rivela che anche al re Erode Dio fa conoscere il meraviglioso evento, già annunciato dalle Scritture ebraiche: anche Erode il Grande, uccisore dei suoi stessi figli, è cercato e atteso dal Figlio di Dio, dal Re del cielo. E per lui Dio scomoda personaggi che probabilmente hanno uno status sociale elevato. Non sarebbero stati ricevuti altrimenti. Anche se la tradizione ci dice che erano tre e ci fa conoscere i loro nomi, il Vangelo non è interessato a questi particolari. Sono “alcuni Magi” che vengono dall’Oriente. «Mago denota un appartenente alla casta sacerdotale di Persia. Più tardi, nell’ellenismo, designa teologi, filosofi e scienziati orientali… Non sono dei “maghi”, ma dei sapienti che seguono le indicazioni della stella. Guardare le stelle, stupirsi davanti all’immensità del cielo e cercare di comprenderlo, scrutarne il ritmo e l’armonia, è l’inizio del sapere umano… I magi non si accontentano di osservare le stelle nel loro apparire, permanere e scomparire: per loro la scienza non è solo l’osservazione di ciò che è, ma anche il chiedersi che cosa significa» (FAUSTI S., Una comunità legge il Vangelo di Matteo I, EDB 1998).
E questi misteriosi personaggi, così lontani geograficamente e culturalmente e religiosamente da Israele, hanno saputo trovare nella loro stessa scienza la capacità di leggere una Parola e un Significato infinitamente più misteriosi e luminosi della nascita e del cammino di una stella. Che strano: scienziati che cercano Gesù Bambino. Nella nostra società religiosamente emotiva e atea, siamo convinti che gli scienziati non dovrebbero avere a che fare con certe cose che riguardano la religione. Altrimenti non sono scienziati. Certo, probabilmente la scienza non ha molto a che fare con la religione…. ma con la fede?
Vengono dall’Oriente questi magi, da dove sorge il sole, da dove nasce la luce. E seguono una stella. Sono personaggi strettamente imparentati con la Luce. Ma, come tutti noi, vivono in un mondo troppo vittima delle tenebre e nella loro stessa corsa di discepoli della Luce, si scontrano con le tenebre: quel re Erode, talmente imparentato con le tenebre, da avere terrore della luce. Ma neppure le tragiche tenebre di Erode possono fermarli. La gioia che sgorga dal loro amore per la ricerca della Luce è inarrestabile e più forte di ogni ostacolo, di ogni ipocrisia e di ogni inganno. Sono scienziati. Veri. Cioè umili: non credono di poter bastare a loro stessi, nonostante le loro alte conoscenze, e si rivolgono a Erode e ai suoi scienziati. Purtroppo anche gli scienziati veri qualche volta commettono errori di valutazione: alla corte di Erode non ci sono scienziati, ma solo acculturati; sanno a memoria le Scritture di Israele, ma non le comprendono. Quando lo studio è a servizio del potere, difficilmente diventa scienza e non può avvicinarsi alla Verità.
Sono scienziati, i Magi. Scienziati veri. Cioè aperti alla Verità. Non cercano conferme alle loro precomprensioni o sostegni al loro potere, ma cercano la sorprendente Verità, in qualunque forma si manifesti, dovunque si nasconda. E possono così riconoscerla anche nella semplicità di uno sconosciuto bambino tra le braccia di sua madre. Vera epifania. Sono scienziati. Veri. Cioè capaci di amare e incontrare l’umanità, i popoli, le culture e di scoprire in essi la Luce di Dio. Sono uomini di Pace. Non hanno bisogno di creare religioni e combattere per difenderle. E neanche devono difendere le loro conquiste e il loro potere. Non hanno paura di perderli, come Erode. Solo chi è interiormente povero può cercare la Verità, unica ricchezza. Cercano la Verità, i Magi che vengono da lontano. È lungo il cammino verso la Luce, per tutti. Esige amore e fedeltà. Fatica e perseveranza. Ma nella Verità, la loro scienza sposa indissolubilmente la fede. E sono colmi di gioia.
«La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso» (GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio).